giovedì 14 febbraio 2013

Lettera aperta a Corrado Augias


di Raimondo Augello
Do pubblicazione della lettera inviata in data odierna a Corrado Augias, conduttore su Rai 3 del programma Le Storie:
 
Egregio dott. Augias,
sono un telespettatore che da sempre la segue nutrendo grande ammirazione nei confronti della sua professionalità e della sua competenza. Lo scorso 13 febbraio mi è capitato di assistere alla puntata della sua trasmissione su Rai 3 (che io cerco di seguire quando posso, compatibilmente con i miei impegni di docente presso un noto liceo cittadino) in cui era ospite il prof. Barbero, che in quella circostanza si trovava lì per presentare il suo ultimo libro avente come tema i soldati borbonici prigionieri nelle fortezze sabaude, con particolare riferimento alla famigerata Fenestrelle. Premetto che all'argomento in questione e più in generale alle pagine di storia rimossa che hanno accompagnato l'unità d'Italia, negli ultimi anni ho dedicato parecchi articoli, pubblicati su riviste on-line (la invito tra le altre cose a consultare il mio nome su PAlingenesi, blog che raccoglie le firme di alcuni intellettuali palermitani) e anche su periodici cartacei, frutto di studi approfonditi in cui alla consultazione dei documenti storici ho accompagnato la ricerca volta ad indagare i fatti attraverso l'ausilio dei vari linguaggi dell'arte, dalla letteratura, anche nella forma del romanzo (le dice niente il nome di Carlo Alianello?), al teatro, al cinema, alla musica, alla televisione: ricorderà anche Lei la stagione epica di una Rai d'altri tempi, capace di mandare in onda sceneggiati come L'Alfiere (tratto dall'omonimo romanzo di Alianello, appunto, sulla caduta di Gaeta), Napoli 1860. La fine dei Borbone, L'eredità della priora (che ricostruiva le vicende del cosiddetto brigantaggio), convinto che proprio ai linguaggi dell'arte sia affidato il compito di raccontare ciò che alla storiografia ufficiale e ai canali informativi ordinari non è concesso dire. Ebbene, ha destato in me parecchia meraviglia il fatto di vedere in una trasmissione qualificata come la sua il prof. Barbero, noto negazionista, pontificare in beata solitudine le sue teorie. Argomenti così delicati, e peraltro così sempre più diffusamente sentiti, avrebbero richiesto un contraddittorio serio, e invece gli unici interlocutori del prof. Barbero erano i balbettanti ragazzi di un liceo barese per i quali, fatta salva la loro buona volontà, non era possibile altro che far sfoggio della loro comprensibile emozione nel rivolgere le domande a cotanto docente. Interlocutori di ben altro spessore avrebbe richiesto la natura dell'argomento. Mi è parso un po' come aprire le iscrizioni per un circuito da corsa consentendo anche a chi è dotato di monopattino di sfidare le Ferrari. Lei sa bene quanto questi argomenti siano stati rimossi dalla nostra scuola, e dunque quale poteva essere la preparazione di quei ragazzi e soprattutto quali gli strumenti dialettici per potere confutare il prof. Barbero? Il punto in cui tuttavia Barbero mi pare abbia superato il segno è stato però quando, sollecitato argutamente da Lei a dare una valutazione sul fiorire di libri che raccontano una storia diversa (quella vera!) riguardo a ciò che è stato fatto nei confronti del Meridione, e in particolare sugli eccidi, ha candidamente replicato spiegando il fenomeno con il fatto che si tratterebbe, a suo dire, di autori in cerca di pubblicità. Ma come! Lui, il prof. Barbero, che riceve ospitalità dalla TV di Stato per rendere pubblicità al suo ultimo libro, esponendo in sostanziale assenza di contraddittorio le proprie teorie, accusa di perseguire fini pubblicitari chi muovendosi controcorrente cerca di far luce su fatti di inaudita gravità, senza per questo fruire né oggi né mai del proscenio della TV pubblica?  Qualcosa non torna. E non è offendendo il buon senso, nonché la memoria e le ferite di una parte d'Italia che si rende un servizio alla verità. Non è questa la sede per entrare nel merito degli argomenti, tuttavia mi preme dirle quanto segue. Il prof. Barbero, lei ed io sappiamo cosa successe a Casalduni, Pontelandolfo, Campolattaro e in mille altri paesi del Mezzogiorno, il pubblico a casa no. Il prof. Barbero, lei ed io abbiamo letto gli atti delle sedute parlamentari che si accompagnarono agli anni dalla cosiddetta "guerra al brigantaggio",  il contenuto dei bandi degli ufficiali piemontesi (parecchi nella sostanza tali da sfidare in ferocia quelli delle SS) che si trovarono ad operare in quegli scenari di guerra, le reazioni della stampa e della politica estera, i carteggi tra Cavour e i suoi collaboratori, il pubblico a casa no. Il prof. Barbero, lei ed io sappiamo di Angelina Romano, la bimba di nove anni fucilata a Castellammare del Golfo il 3 gennaio del 1862 dal colonnello Quintini con l’accusa di brigantaggio insieme a parecchi altri civili (inclusi preti, donne e anziani i cui nomi e dati anagrafici il prof. Barbero può richiedermi al mio indirizzo di posta elettronica, caso mai ne avesse perso memoria), il pubblico a casa no. E i telespettatori non sanno neppure che qualche tempo fa l’amministrazione comunale di Gaeta, città martire delle bombe piemontesi, ha deciso di intitolare una via alla sfortunata bambina, rea soltanto di essersi casualmente imbattuta sulla strada della cieca follia.  Il prof.Barbero, lei ed io sappiamo del ruolo svolto dalla Banca Nazionale, futura Banca d'Italia, nel processo di spoliazione del Meridione e di smantellamento del suo scheletro creditizio, fonte imprescindibile per un corretto sviluppo imprenditoriale, il pubblico a casa no. Il prof. Barbero, lei ed io sappiamo di quali eccellenze si stia parlando quando si nominano Pietrarsa, Mongiana, San Leucio e di come il Regno delle Due Sicilie fosse stato gratificato all’esposizione universale di Parigi del 1856 del riconoscimento di terzo paese industrializzato al mondo, il pubblico a casa no. E così del ruolo avuto dalla mafia nel processo unitario e di mille altre cose. E che dire di quanto lo stesso Garibaldi ebbe ad affermare durante una seduta parlamentare, quando parlando di ciò che stava accadendo al Meridione parlò testualmente di “cose da cloaca”, mentre nel 1868, in una lettera ad Adelaide Cairoli, scrive: “Mio Dio, che cosa abbiamo fatto? Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili: Sono convinto di non avere fatto male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio”. E del figlio di don Garibaldi, Ricciotti, che non credendo giusto limitarsi alle parole, decise di prendere le armi e di passare dalla parte dei cosiddetti briganti, come qualche tempo fa raccontava in una puntata di Porta a porta la bisnipote di Giuseppe Garibaldi, Anita? Niente, l’eroe dei due mondi, Ricciotti, Anita erano tutta gente in cerca di pubblicità, ribatterebbe serafico l’ineffabile prof. Barbero. D’altro canto, lo stesso Antonio Gramsci nel 1920 così scriveva: “Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia Meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti”. Ma di quanto l’intellettuale sardo andasse in cerca di pubblicità, lo possono testimoniare le carceri fasciste.  Mi creda dott. Augias, il Meridione è stanco, è stanco delle sue piaghe, è stanco delle menzogne, è stanco della mitologia leghista assurta a verità politica e per converso delle proprie vittime a cui non è concessa la dignità della memoria. E' forse per questo che negli ultimi anni sono fioriti tanti studi, e non perché qualcuno cerchi pubblicità,  perché la coscienza di un popolo non può essere tradita e condannata ad un oblio senza fine né la sua dignità può essere offesa dalla menzogna più disinvolta.
 

P.S.: ci tenevo a precisare che il prof. Barbero non è nuovo a queste esternazioni. Tempo addietro, nel corso di una puntata di Superquark, ebbe a fare affermazioni non del tutto lontane a quelle che stiamo commentando, cercando di far passare l’idea di una natura “genetica” dell’indole camorristica dei napoletani, non astenendosi dal portare come esempio anche la presunta condotta dei prigionieri di Fenestrelle (evidentemente un chiodo fisso): affermazioni che con una lettera inviata a Superquark  io ho cercato di confutare punto per pento sul piano dell’analisi della verità storica dei fatti; una lettera pubblicata su vari blog, dalla rivista Lions di Palermo, dal settimanale di denuncia “Centonove” e per la quale ho ricevuto apprezzamento da Marco Travaglio, dalla redazione napoletana di Repubblica e da altre testate giornalistiche. Una lettera della quale le invio copia in allegato. Dal prof. Barbero non ebbi risposta, una risposta che, sono certo, lei invece non mi negherà, considerato il tono assertivo ma garbato della presente.
       

5 commenti:

  1. Una bufala neoborbonica è stata detta in TV da Pino Aprile quando dice che " Maria Izzo era la più bella di Pontelandolfo e fu stuprata dai Piemontesi". Una lettera documento di una signora del tempo a Pontelandolfo dice che " Maria Izzo aveva 94 anni ed è morte nella sua casa" Francesco Cillo - Cervinara (AV)

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  2. Il signor Augello riporta una frase di Gramsci in cui si fa confusione tra contadini e briganti. C'è un bel libro di Carlo Del Balzo del periodo 1860, che parla del Paartenio, sulla cui montagna i contadini non potevano salire nel mese di ottobre per raccogliere le castagne in quanto c'erano i briganti che minacciavano i contadini. E Carlo Del Balzo interessò la guardia nazionale ad intervenire in aiuto dei contadini contro i briganti. Francesco Cillo Cervinara (AV)

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  3. Altra bufala neoborbonica dice che a Pontelandolfo perirono 5000 persone. Una lettera di Carolina Lombardi di Pontelandolfo in data 3 settembre 1861 scrive che " perirono 13 persone". Mentre i Piemontesi uccisi furono 47. L'eccidio ci fu ma contro i Piemontesi. Francesco Cillo

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  4. Altra colossale bufala neoborbonica. La quale dice che a Pontelandolfo nel 1861 furono trucidati 5mila abitanti. E' sufficiente cliccare sul sito di Pontelandolfo e la verità viene a galla. Censimento anno 1860 = abitanti 4259-- censimento anno 1861= abitanti 4375. I dati dimostrano che non ci fu eccidio da 5mila abitanti. Francesco Cillo -Cervinara (AV)

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  5. Nella trasmissione di "Petrolio" l'archeologo spiegava come i Borboni facevano gli scavi di Ercolano e Pompei non per motivi culturali ma trafugavano le statue o per piazzarle nei loro palazzi o le vendevano ai musei esteri.Francesco Cillo- Cervinara (AV)

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