venerdì 4 aprile 2014

L’eco di un incontro

by Irene Fiordilino

È un legno vecchio, saggio, profuma di mare e di navi antiche, profuma di ombre, come conchiglia ti porge un’eco all’orecchio, sussurra parole incenerite dal tempo, tu non distingui, ma ascolti, lo scricchiolio inconfondibilmente umano di questo legno, vecchio.
Osservo una ruga profonda e familiare che attraversa silente il confine del boccascena, spingendosi incerta, tremula, sin quasi l’abisso, dove la musica sorge e l’attore si spegne, fissando il buio oltre l’orizzonte che scavalca l’oceano. Osservo la ruga, e inconsapevole ne accarezzo un’altra, giovane ed estranea sulla mia guancia appena sgualcita.
Mi chiedo cosa ci sia, oltre il confine. Cosa ci sia oltre quel mistico golfo che mi separa da un mondo che è cresta di onda e inaccessibile occhio di vortice d’acqua. “Linea d’ombra”, disse qualcuno parlando di mare e di gioventù, di confine di mondo e di vita. Una linea d’ombra anche qui, tra me e un pubblico che è attore.
 
Qualcuno mi parla, reagisco, improvviso, apprendo, appaio, salgo e scendo sull’onda, vivo di sopra e di sotto, i loro occhi li annuso sul corpo. Non riesco a sparire, pupille di luce mi inseguono, il buio mi è casa, il sole lo cerco ma neanche oggi  lo trovo.
La mia anima è legnosa, di un legno giovane e avido di linfa, la stessa linfa che mi scorre sotto i piedi e pulsa, in una circolazione di musica pulita e parole di silenzio, ossigeno d’orchestra e spettatori. Vivo in teatro, questa è la mia casa, in bilico su una montagna d’acqua, la mia esistenza è palco, unico scopo essere protagonista, invisibile essenza di corpo trasceso. Non chiedermi chi sono, sono chiunque, totale parossismo di identità che vivono per annientarsi. Ho raccontato mille e mille storie, ho indossato mille e mille volti, tutti mi conoscono senza riconoscermi, tutti mi cercano se non ci sono.
Nella massa di coro camuffo me stesso protagonista, per scherzo, per gioco, se non fingo di non capire non capisco davvero. Mi camuffo e poi mi annoio, mi giro, lascio gli altri svanire: sul palco vuoto di me, la protagonista è un’assenza che pesa. Non conosco il tempo presente, mi domando passato rispondendo futuro, la calma azzurra ha sapore di tempesta salata. So quel che sono ma mai ciò che ho, so di essere in piedi con la mano a mezz’aria, ma non se quel cranio d’Amleto che in essa risiede sospeso nel vuoto esiste davvero, non so se la maschera odierna che indosso è ancora una volta una maschera nuda.
Irrequieto misuro distanze con passi ritmici ma diseguali, ascolto il piede destro che poggia e saluto il sinistro che avanza nell’aria. Camminare è un talento da essere umano, imito gli altri per apprenderne lo stile amorfo che caratterizza. Io nuoto, nell’acqua del cielo avanzo distratto.
È faticoso stupire la gente, stupirla di quello stupore candido e inconsapevole che profuma di meraviglia e lascia a bocca a perta. Esiste lo stupore che sconvolge, che lascia intimoriti davanti ad un’immagine autodistrutta, ma è uno stupore che sfugge, che lascia sfiducia, che in fondo anche annoia: si addice più alle storie, agli accidenti di probabilità che non ai personaggi ambiziosi di protagonismo eterno. Se rido, non devono chiedersi  perchè non pianga, se piango non perché non rido, se parlo non perché  non taccio, e così per tutte le cose e per i loro contrari. Stupire è l’arte sottile dell’incanto che non si spezza, è ammaliare e mai tradire.
C’è uno stupore che temo, orridamente infido, putrido e pericoloso, che puzza di consapevolezza e delusione: è lo stupore di una presenza che non si autocompiace, di un protagonista stanco ed annoiato, un protagonista al limite dell’autocensura, dell’autosqualifica, dell’autodeclassamento. Stupire per così, è un brutto affare. A volte capita, ed è una gran fatica poi strappare la scialuppa alle correnti e ritornare a quella casa che galleggia stabile sui mari in movimento. Un trucco è stare ad osservare, non rispondere, giacere all’erta in un “vuoto fertile” che assorbe l’acqua anche dove l’oceano stesso sembra prosciugato. Se sai aspettare, la sabbia liquida disseta.
Oggi sono stanco, la scialuppa è alla deriva, non ho le forze di sfidare le correnti. Intorno chiacchiericcio concitato, nessuno ha colto, ma l’aria è tesa, è di cristallo. Oggi questo legno vuole che parta, che veda il mare, vuole che le mie orecchie divengano esse stesse gusci di conchiglia, e se mai farò ritorno ricambierò il favore porgendo eco evanescenti di tropici lontani. Ho un po’ paura. Conosco gli uomini, il nostro corpo è simile, e spesso sono stato in mezzo a loro, abbandonandomi alla bizzarìa di un “fare” incessante e contagioso, studiando con minuzia le personalità curiose e sfaccettate di quell’insieme di individui che è orgogliosa collettività.
Tra gli uomini, nei miei vagabondaggi, ho incontrato anche altri come me, protagonisti erranti su gondole, caravelle, gloriose navi o imbarcazioni esotiche. Lo scambio è stato d’acqua: come vasi attendevamo d’essere riempiti, poi versavamo a nostra volta, e la sapienza scivolava dando consistenza ai corpi.
Son partito, la mia vita di protagonista ho infine abbandonato insieme alla mia casa, e non so se potrò mai tornare indietro. Nell’aria avverto il cambiamento, un’elettricità sospetta che mi solletica le narici, e tutto appare semplice nella sua complessità.
Per strada comincio a camminare. Vedo la gente, la vedo come l’ho sempre vista, avvolta in vesti variopinte, con facce allegre o tristi, mani irrequiete perennemente in movimento. Eppure oggi sono anch’io uno di loro, non son qui per far ricerca antropologica di vita, non qui per essere fingendo, non qui per osservare ed additando dire “Ecco, lui è mio compagno, anche lui è protagonista camuffato”.
Oggi cammino e dico: mangio per nutrirmi, cammino per spostarmi, osservo per non inciampare e taccio perché non so che dire.
La mattina avverto forte il cambiamento, nei gesti quotidiani di una toeletta che mi è sempre stata arte e mai abitudine. Ci sono uomini che si scordano persino perché son giunti fino a un luogo camminando svelti, tanto meccanicamente agiscono i loro piedi ormai istruiti. Io ricordo ogni centimetro di asfalto calpestato, ricordo l’ordine di ogni mio gesto nel fare colazione, ricordo l’espressione esatta con cui ho lasciato sorridendo ma non troppo la mancia al cameriere del caffè. Eppure sento che qualcosa lentamente va cambiando, non è facile essere umano e semplicemente umano, ma prima o poi so che è metamorfosi che avviene.
Son passati giorni, la mente mia è affollata, tra mille regole non scritte finalmente provo confusione. Il primo passo è fatto, procedo verso l’umanizzazione che rende liberi da un senso di esistenza esasperato che non conosce vie di mezzo ma solo parossismi e volontà d’eccesso. Gli uomini e le donne, all’inizio istintivamente attratti dalla mia persona, ancora non del tutto assimilata alla qualità d’essere e all’intensità d’agire che son propri della specie umana, adesso quasi non si accorgono del mio esistere autonomo e parallelo, appaio forse loro come l’ennesimo concorrente alla maratona folle e vana che mira alle catene del protagonismo, le stesse che a fatica io tento di sfuggire. Ma il protagonismo si trasmette per eredità divina, il protagonismo è predestinazione, dalle catene io corro, o sciocchi che le desiderate.
Passano i giorni, i mesi, infine anni che sembrano trascorsi in un battito di ciglia. Più perde senso l’attimo, più le lancette sfuggono. Son vecchio, le mie ossa strepitano, i miei capelli cadono, insegno a recitare, in un piccolo teatro di periferia, a bimbetti che profumano di focaccia calda, e in questa vita che mi appartiene per metà mi son persino innamorato. In assenza di protagonista, sono l’arte e il sentimento l’unico mezzo di sopravvivenza; l’amore per Alice e per i miei piccoli apprendisti attori, è fatto di routine preziosa, custodisce nel suo scorrere tranquillo unici attimi di irripetibile quotidianità. Ricordo Alice vista per la prima volta, e per la prima volta quei bimbetti spaventati che balbettavano nel pronunciare il nome; ricordo il suo sguardo giovane e saggio di realtà che mi accoglieva ogni mattina a colazione, il loro fare curioso e birichino nel travestirsi per improvvisare; ricordo l’abito color del cielo da lei indossato al primo appuntamento, i minuscoli costumi da folletti e renne per la prima recita ufficiale. Questi ricordi son scintille di giochi d’artificio, luce per una memoria vecchia e umanamente sbrindellata. Oggi sorrido e brindo dinnanzi a questi amori, cresciuti lentamente in fretta, tra cene a lume di candele e pomeriggi passati ad allestire scene di cartone.
L’amore profuma di legno, sapora di teatro, mi rinfaccia un po’sdegnoso quell’autenticità incorrotta ed assoluta che un tempo nel mio stesso corpo era incarnata. Un po’ sono invidioso, e ricordo con un pizzico di piacevole malinconia quel vecchio me, un tempo unico inquilino di questo corpo scrigno di due vite, del quale conservo ormai poche sensazioni vaghe.
Oggi nella notte un segno, inaspettato eppure in fondo atteso e conosciuto: è giunto il giorno del mio viaggio di ritorno, hanno annunciato in sala l’ ultimo monologo di un protagonista che va cercato e ritrovato, vi è poco tempo ancora prima di chiudere il sipario. Alice mi sorride, consapevole, mentre esco dalla porta senza salutarla, i miei bambini profumeranno di focaccia ancora a lungo, prima di poter capire.
Passo dopo passo, un po’alla ceca, mi son recato al mare, vorrei provare a lavorare sulla spiaggia o come pescatore, sogno un’ultima routine da vecchio che veda il sole che si specchia come sveglia e come buonanotte. L’oceano immenso mi accoglie con una burrasca, grandi onde desiderano strapparmi al mondo al quale inconsapevolmente mi sono affezionato. L’acqua è madre da temere, il suo battesimo può togliere la vita.  Raccolgo l’eco, l’ultima.
Passano i giorni e il vento che alza il mare non si placa, scuote le membra della capanna di canne e sassi che ho costruito, dissecca la mia pelle già raggrinzita, trascina a spasso nuvole sfilacciandone i bordi vaporosi, trasporta sale che si rapprende sui vestiti perennemente umidi.
Mi piace questo tempo che profuma d’avventure in luoghi inesplorati, seduto su uno scoglio fingo d’essere Achab in cerca della sua bianca ossessione all’orizzonte. Spruzzi gelidi si uniscono al mio pianto di bambino appena nato, i gabbiani giocano con me, son loro il mio equipaggio, il cormorano in mezzo è Quiqueg forte e poderoso.
Non troppo lontano dal punto della spiaggia che ho scelto per la mia capanna, vi è uno stabilimento balneare per i turisti delle città vicine. Non è stagione per i bagni, ma il mare è un panorama che non richiede clima. Passo le mattine a raccogliere conchiglie grandi e multiformi che trovo all’alba sparse intorno a quel rifugio improvvisato che chiamo orgogliosamente casa, nel pomeriggio le vendo per pochi spicci come souvenir. Al chiosco di spremute fresche mi chiedono dove le trovi, queste conchiglie tanto belle e rare, io che col corpo sgangherato non son buono neanche a camminare: sospettano probabilmente che le rubi. “È un regalo.”
Oggi al mio risveglio tutto tace. È ancora presto, il sole non è sorto ancora, il vento non è che un soffio di baci sulla pelle e il mare dorme immobile, silenzioso.
La sabbia fredda accoglie morbida i miei piedi ancora intorpiditi, mi reco alla mia nave sullo scoglio, so che la balena bianca sta per comparire, il mio equipaggio è tutto appollaiato, nessuno osa disturbare.
Chiudo gli occhi, in attesa, in ascolto, son tanto concentrato che quasi mi dimentico di respirare. Il mio cuore si vergogna e ammutolisce per non far rumore, lì dove l’oceano immenso ha deciso di tacere, nessuno ha diritto di proferir parola.
Ad occhi chiusi sento l’acqua gelida sfiorarmi la punta delle dita, poi le caviglie, salire imperturbabile mentre la mia nave affonda. Adesso è un gran frastuono: onde gridano, gabbiani strillano, il mio petto recupera il silenzio a colpi di grancassa. Io solo taccio, in espansione su quello scoglio nave.
L’acqua gelida mi inghiotte.
Continuo a respirare, adesso hanno consistenza d’acqua i miei polmoni.
Passano nove mesi, cellula uovo e feto li ho trascorsi nel ventre dell’oceano.
Il mare mi rigurgita su un legno conosciuto, vecchio e saggio, il suo scricchiolio è inconfondibilmente umano, inconfondibilmente padre.
Si apre il sipario, l’applauso di pubblico accoglie il mio primo pianto. Tutto ora è silenzio denso d’attesa, apro la bocca ma non conosco parole, questo mio corpo è il mio unico vocabolario.
Comincio a muovermi, con una danza d’acqua racconto un viaggio che è cominciato tanto tempo fa, quando questo legno padre sussurrando mi porgeva un’eco di conchiglia, e per addormentarmi mi narrava il mare.
Cresciuto nell’eccentrico protagonismo di fanciullo, in cerca di altre eco son partito adolescente, mi son spostato al mondo, un nome, Alice, mi sorge nella mente e sento un tuffo al cuore. Immagini si accavallano distratte, inconsapevoli, tristi e felici, la danza mi trasporta e col mio corpo io gioco alla scoperta, con lui io imparo a raccontare.
Son diventato vecchio, son ripartito, con i gabbiani ho condiviso un’avventura itinerante, finchè la madre eternamente giovane non si è ripresa il figlio, per partorirlo nuovamente oggi tra le braccia del suo compagno antico.
Mentre danzo per la prima volta vedo oltre quella “linea d’ombra” che è confine tra due mondi, per la prima volta riesco a scorgere oltre l’orchestra e riconoscere persino un volto in mezzo a quel pubblico che è attore sempre al buio.
Alice piange, vestita d’azzurro, riconoscendomi.
Mi fermo, con lo sguardo cerco ansioso quella ruga sottile e profonda che attraversa il boccascena. Mi distendo per terra e poggio l’orecchio sul petto del padre, pupille di luce come aghi sulla pelle non mi lasciano solo. Chiudo gli occhi, e odo l’eco che solo oggi, appena nato nella mia vecchiaia, comprendo essere il ricordo di un incontro d’amore, l’incontro dal quale io stesso, un giorno senza tempo, fui generato. Spermatozoo di legno fertile che cadde in un imbuto d’acqua salata. Dal golfo sale il ritmo di una musica che appartiene ad Afrodite.
Son figlio di due divinità, protagonismo è stato l’incipit della mia esistenza. Ma oggi scendo nuovamente tra i mortali, padre e madre si uniranno nuovamente per generare ancora. Traghetto sulla musica, supero l’orchestra, cammino e danzo per scendere in una platea che ammutolisce, mentre le tende rosse si chiudono per sempre alle mie spalle, sulla mia casa. Mare e Teatro come due amanti vi restano nascosti.
Raggiungo Alice, sorrido e la conduco al mondo lasciandomi guidare. Non più io protagonista, ma la vita.


3 commenti:

  1. Fantastica storia

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  2. semplicemente bellissimo!!

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  3. sono la tua prof quella di" semplicemente bellissimo" e pensare che c'era qualcuno che non credeva nelle tue doti di scrittrice! continua così un bacio

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