giovedì 22 gennaio 2026

Appunti per una eziologia dello scempio

di Gero Gaetani


Tralasciando altri possibili significati, derivanti da altrettante etimologie, intendo

soffermarmi sull’area semantica che identifica la parola “scempio” con ‘rovina,

deturpazione, specialmente di ciò che possiede un valore particolare’ (Zingarelli).

Seguendo tale significato, si potrebbe intendere con scempio un’azione o un complesso di

comportamenti tesi a distruggere qualcosa ritenuta importante nella sua particolarità. Se

così è, la forma più alta di scempio consisterebbe nel sacrilegio, l’offesa di ciò che è sacro.

Offesa a Dio, diretta o tramite l’oltraggio di ciò che gli è consacrato o dedicato, che è poi

violenza contro l’uomo-umanità in quanto immagine di Dio, nel Cristianesimo. La sacralità,

sentita come particolarità dell’esistenza umana, ambito di relazione di Dio con l’uomo (e

viceversa) nella tradizione monoteista, esiste in ogni credenza religiosa ed in tutte tende a

contrapporsi al profano, al secolare, all’ordinario corso del mondo, per imprimere un senso

alla vita.

Quando Giacomo Leopardi nel Dialogo della Natura e di un Islandese riflette sulla legge

del mondo che non ammetterebbe altro che un materialismo meccanicistico cieco e sordo,

testimonia lo sbigottimento dell’individuo di fronte all’esistenza, uno sgomento che la “nobil

natura” della Ginestra affronta senza illusioni e fughe in ideologie progressiste o religiose.

È una versione giunta a completa maturazione della realtà dell’esistenza, sospesa tra la

consapevolezza di un mondo che ha le sue leggi fisico-matematiche e la domanda di

senso di ogni essere umano. Il finito che invoca l’infinito.

Da questo punto di vista, il laico e il non credente sono sullo stesso piano del credente-

religioso di fronte al mistero del “senso”; per tutti, in quanto esseri umani, si pone la

domanda e il bisogno del “sacro”. Ricerca di significato autentico e custodia di uno spazio

ulteriore rispetto alle leggi del mondo. Non ci si deve stupire se è rimasta costante tale

attitudine degli uomini nel corso della storia: la modernità non ha estinto il bisogno. In

alcune parti del pianeta per tempi relativamente lunghi si è riusciti a creare condizioni di

benessere materiale e pace, riducendo enormemente l’esposizione alla violenza che ha

caratterizzato lo sviluppo delle società, ma a questo non è seguita la scomparsa del

bisogno, della domanda di senso. Nemmeno l’irrompere del sistema capitalistico con la

sua terribile ideologia della “fungibilità universale”, che rende tutto scambiabile e quotabile,

e con tutti i suoi falsi riti, è riuscito ad annichilire del tutto questo connotato atemporale

dell’umano.

Sempre Leopardi e sempre nella Ginestra, pare suggerire una via se non di senso almeno

sensata, immaginando una solidarietà rifondata sulla consapevolezza della condizione

umana e non sulla negazione o idealizzazione, come apparsa fino ad allora. Pur partendo

da premesse antitetiche il poeta-filosofo incontrerebbe in realtà un filone importante

dell’esperienza teologica cristiana, quella del Dio-Amore.

Oggi più che mai, l’amore nella sua essenza di atto gratuito pare giustapporsi alle leggi del

mondo, tanto quello fisico quanto quello sociale. Lo scienziato noterebbe che una certa

solidarietà di specie si riscontra in molte forme di vita associate e consisterebbe in una

strategia finalizzata alla pura conservazione oltre l’esercizio meccanico prestabilito della

riproduzione della vita, meccanismi del mondo fisico. Ma non basta, esiste un protrarsi

verso l’Altro, non essenziale, non necessario anzi superfluo e per questo al di fuori della

logica, forse l’immagine migliore di una divinità non reificata.

 

L’amore è il centro del sacro, è il sacro per eccellenza; mentre lo scempio continua ad

essere sacrilegio.

Se in questo discorso associo il sacro all’amore e il sacrilegio allo scempio, bisognerà

tracciare le linee che caratterizzano quest’ultimo e se possibile rintracciarne la

provenienza.

Perché il di più dell’amore trova la sua negazione, lo scempio? Non intendo adesso

scomodare i concetti di Bene e Male, né tantomeno investirli di una importanza manichea,

preferisco un terreno più concreto e storicamente definibile.

Da sempre il sacro è stato attaccato e profanato (il sacro religioso ricordo che per me è

solo una delle sue possibili declinazioni). Un atto di violazione materiale e simbolica del

luogo di un’intimità tra l’uomo e la divinità, tra esseri e perfino di un essere e sé stesso. La

cifra del sacro è pur sempre la relazione vera, presunta o anche solo immaginata tra enti

diversi. Una relazione che contiene amore, superflua e gratuita rispetto all’incedere del

mondo, almeno prima (e nonostante) che sacerdoti e impostori vari se ne appropriassero

per usarla con intenti di dominio.

Lo scempio che deturpa l’amore da dove si origina?

La vita, nella forma in cui la conosciamo, è apparsa più volte sulla Terra prima di attecchire

e differenziarsi nei vari ambienti; se dovessimo osservare l’intero processo da una certa

prospettiva, vedremmo senz’altro il compiersi di un gigantesco scempio, seppur

connaturato alle leggi dell’evoluzione. Quanti individui periscono perché non conformi

all’adattamento, quanti falliscono nel semplice caso genetico, quanti tentativi di

espansione della vita finiscono annientati in mille modi possibili? E quanta sofferenza. Lo

scempio si manifesta come regola e funzione del mondo, serve alla vita nel momento

stesso in cui la nega. Triste ma vero.

Ma se la natura spietata perpetra lo scempio con la stessa facilità e indifferenza con le

quali promuove la vita, dona l’amore e impone la distruzione, l’uomo, che è riuscito a

sottoporre al suo controllo, attraverso la tecnica, importanti processi come la selezione

naturale, non può collocarsi al di fuori della forza distruttiva insita nella logica stessa della

vita. Infatti egli è pervaso da quello che Freud aveva individuato oltre il principio di piacere,

cioè l’istinto di morte.

L’inventore della psicanalisi, nell’ultima parte della sua produzione, si rese conto

dell’esistenza di un fattore negativo della vita, opposto al piacere e demolitore dell’amore,

che si esplicitava come pulsione di morte, una sorta di tensione del vivente verso il ritorno

all’inanimato. L’esperienza clinica lo convinse di una reale consistenza di tale elemento

pulsionale presente nell’essere umano. La psicologia ha studiato e classificato numerosi

sintomi e proposto modelli interpretativi legati a quadri di soggetti affetti da disturbi che

inducono a comportamenti distruttivi o autodistruttivi, ma come spesso accade alle scienze

umane non integrate, alla psicologia clinica che si allontana dalla riflessione psicoanalitica

più generale, se ne è colto solo l’aspetto patologico.

La distruttività verso gli altri e verso sé stessi, lungi dall’essere solo un fenomeno

patologico, penso invece racchiuda nella sua essenza una legge fondamentale, ineludibile

dell’esistenza, e non sarà la psicologia a “curare” l’attitudine allo scempio insita nel singolo

quanto nell’umanità, forse si avrà l’impressione che intervenendo sui traumi, evitando che

 

accadano, si riuscirà a salvare la vita di qualcuno e di chi gli starà intorno, ma ho

l’impressione che somiglierà tanto al tentativo di quel marinaio che vuol arginare le falle

dell’imbarcazione a mani nude, ritrovandosi più buchi di quanti ne possano coprire le sue

due mani.

Il sacro non ha il suo nemico nel profano, ma nel sacrilego; l’amore non ha il suo nemico

nell’odio o nell’indifferenza, ma nello scempio.

Lo scempio si manifesta come una sorta di perenne coazione a ripetere, in grado di

distruggere ogni tentativo di rendere la vita diversa dalla semplice riproduzione meccanica

di sé stessa, e per questo agisce nella direzione della distruzione dell’amore. Questa

nefasta entità pulsionale è forse più presente in taluni e meno in altri, o forse tale appare.

Di sicuro il carattere inconscio ne è il connotato più radicale, infatti la più elementare

riflessione razionale svelerebbe quanto sia economicamente svantaggioso seguire questo

impeto irrazionale. Parlo di economia generale dell’individuo, non del suo patrimonio

materiale; parlo dell’economia delle relazioni e quindi dell’equilibrio complessivo della

persona. Nell’essere umano, più che in tutti gli altri mammiferi, i tempi di accudimento

della prole sono molto estesi e intensi, possono prolungarsi per una parte considerevole

dell’esistenza, a seconda poi delle particolarità sociali e culturali. Ad ogni modo,

l’accudimento è un tratto essenziale che probabilmente influenzerà l’equilibrio emotivo-

affettivo e il successo relazionale dell’individuo adulto. In un inefficace accudimento

infantile e post-infantile risiede quasi certamente una potente minaccia alla capacità

dell’individuo adulto di esprimere una positiva propensione all’amore. Il distacco, la

separazione e l’abbandono, secondo questa prospettiva, sarebbero forieri del loro stesso

ripetersi secondo una insopprimibile coazione a ripetere.

Se così fosse, o così solamente, non vi sarebbero argini al propagarsi delle pulsioni

distruttive, e lo scempio ne sarebbe il semplice risultato entropico. Tuttavia, la complessità

dell’essere umano sfugge a qualsiasi considerazione deterministica, ponendoci spesso di

fronte a realtà imprevedibili. È infatti noto alla “psicologia dell’arco della vita” come l’effetto

del sussistere di taluni fattori possa generare risultati comportamentali anche opposti, per

cui la coazione a ripetere può in realtà essere spezzata, almeno nei suoi effetti e anche se

con minori probabilità rispetto al suo opposto.

Uguali riflessioni ci suggerisce l’osservazione delle civiltà umane. La sopravvivenza di

gruppi, popoli, comunità organizzate o Stati, come quella del semplice individuo è legata al

più forte degli istinti di cui è dotato il vivente, l’istinto di autoconservazione. Tale istinto,

mostra nella sua applicazione, il potenziale di estrema distruttività che può esprimere

anche solo in presenza di una minaccia virtuale. Machiavelli aveva ben capito la logica del

mondo e della politica, non si nascondeva dietro la morale, la salvaguardia dello Stato si

ottiene con ogni mezzo: è la proiezione dell’autoconservazione del singolo

sull’organizzazione del gruppo. Oltre ogni mania narcisistica di grandezza, oltre ogni

cupida bramosia di potere e ricchezza (probabilmente perversioni, esse stesse, della

spinta all’autoconservazione), assistiamo al proliferare di apparati bellici, resi sempre più

letali dalla tecnica, capaci di annientare il genere umano più volte, conseguenza diretta o

indiretta della paura. Il timore della fine crea le condizioni per il suo stesso realizzarsi, su

una scala ormai planetaria. La legge del mondo, la deterrenza, la cosa oggettivamente più

ragionevole, porta con sé la possibile distruzione di tutto, lo scempio.

 

Lungi dall’azzardare un finale apocalittico della vicenda umana, intendo evidenziare ciò

che, a parer mio, soggiace ad una terribile dialettica e innerva la vita in tutte le sue

dimensioni.

Rimango convinto che la legge della vita, la legge del mondo (come lo abbiamo costruito

fino ad oggi) siano inestricabilmente intrecciate alla possibilità dell’annientamento, della

distruzione, dello scempio. L’unica salvezza è rappresentata dall’illusione di poter uscire

dal gioco, di poter cambiare le regole abolendo il principio meccanico delle cose e

rompere liberamente l’equivalenza, un’illusione capace di generare il dono e l’amore.

Per concludere, voglio precisare che l’uso e la scelta di termini o locuzioni come ‘scempio’,

‘amore’, ‘legge del mondo’ e simili sono stati funzionali ad una visione e una

categorizzazione soggettiva di una realtà che ho cercato però, quanto più possibile, di

esprimere oggettivamente nelle sue trame.

Forse, il tentativo di dare e di darsi una spiegazione potrà sembrare in parte goffo, in parte

riuscito, varrà comunque a nobilitare il dolore dell’esistenza, renderlo meno insopportabile.


20 gennaio 2026

1 commento:

  1. Interessante scempio😆
    A parte gli scherzi, articolo pieno di spunti

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Grazie