di Gero Gaetani
Tralasciando altri possibili
significati, derivanti da altrettante etimologie, intendo
soffermarmi sull’area semantica che
identifica la parola “scempio” con ‘rovina,
deturpazione, specialmente di ciò che possiede un valore particolare’ (Zingarelli).
Seguendo tale significato, si
potrebbe intendere con scempio un’azione o un complesso di
comportamenti tesi a distruggere
qualcosa ritenuta importante nella sua particolarità. Se
così è, la forma più alta di
scempio consisterebbe nel sacrilegio, l’offesa di ciò che è sacro.
Offesa a Dio, diretta o tramite
l’oltraggio di ciò che gli è consacrato o dedicato, che è poi
violenza contro l’uomo-umanità in
quanto immagine di Dio, nel Cristianesimo. La sacralità,
sentita come particolarità
dell’esistenza umana, ambito di relazione di Dio con l’uomo (e
viceversa) nella tradizione
monoteista, esiste in ogni credenza religiosa ed in tutte tende a
contrapporsi al profano, al
secolare, all’ordinario corso del mondo, per imprimere un senso
alla vita.
Quando Giacomo Leopardi nel Dialogo
della Natura e di un Islandese riflette sulla legge
del mondo che non ammetterebbe
altro che un materialismo meccanicistico cieco e sordo,
testimonia lo sbigottimento
dell’individuo di fronte all’esistenza, uno sgomento che la “nobil
natura” della Ginestra affronta
senza illusioni e fughe in ideologie progressiste o religiose.
È una versione giunta a completa
maturazione della realtà dell’esistenza, sospesa tra la
consapevolezza di un mondo che ha
le sue leggi fisico-matematiche e la domanda di
senso di ogni essere umano. Il
finito che invoca l’infinito.
Da questo punto di vista, il laico
e il non credente sono sullo stesso piano del credente-
religioso di fronte al mistero del
“senso”; per tutti, in quanto esseri umani, si pone la
domanda e il bisogno del “sacro”.
Ricerca di significato autentico e custodia di uno spazio
ulteriore rispetto alle leggi del
mondo. Non ci si deve stupire se è rimasta costante tale
attitudine degli uomini nel corso
della storia: la modernità non ha estinto il bisogno. In
alcune parti del pianeta per tempi
relativamente lunghi si è riusciti a creare condizioni di
benessere materiale e pace,
riducendo enormemente l’esposizione alla violenza che ha
caratterizzato lo sviluppo delle
società, ma a questo non è seguita la scomparsa del
bisogno, della domanda di senso.
Nemmeno l’irrompere del sistema capitalistico con la
sua terribile ideologia della
“fungibilità universale”, che rende tutto scambiabile e quotabile,
e con tutti i suoi falsi riti, è
riuscito ad annichilire del tutto questo connotato atemporale
dell’umano.
Sempre Leopardi e sempre nella
Ginestra, pare suggerire una via se non di senso almeno
sensata, immaginando una
solidarietà rifondata sulla consapevolezza della condizione
umana e non sulla negazione o
idealizzazione, come apparsa fino ad allora. Pur partendo
da premesse antitetiche il
poeta-filosofo incontrerebbe in realtà un filone importante
dell’esperienza teologica
cristiana, quella del Dio-Amore.
Oggi più che mai, l’amore nella sua
essenza di atto gratuito pare giustapporsi alle leggi del
mondo, tanto quello fisico quanto
quello sociale. Lo scienziato noterebbe che una certa
solidarietà di specie si riscontra
in molte forme di vita associate e consisterebbe in una
strategia finalizzata alla pura
conservazione oltre l’esercizio meccanico prestabilito della
riproduzione della vita, meccanismi
del mondo fisico. Ma non basta, esiste un protrarsi
verso l’Altro, non essenziale, non
necessario anzi superfluo e per questo al di fuori della
logica, forse l’immagine migliore
di una divinità non reificata.
L’amore è il centro del sacro, è il
sacro per eccellenza; mentre lo scempio continua ad
essere sacrilegio.
Se in questo discorso associo il
sacro all’amore e il sacrilegio allo scempio, bisognerà
tracciare le linee che
caratterizzano quest’ultimo e se possibile rintracciarne la
provenienza.
Perché il di più dell’amore trova
la sua negazione, lo scempio? Non intendo adesso
scomodare i concetti di Bene e
Male, né tantomeno investirli di una importanza manichea,
preferisco un terreno più concreto
e storicamente definibile.
Da sempre il sacro è stato
attaccato e profanato (il sacro religioso ricordo che per me è
solo una delle sue possibili
declinazioni). Un atto di violazione materiale e simbolica del
luogo di un’intimità tra l’uomo e
la divinità, tra esseri e perfino di un essere e sé stesso. La
cifra del sacro è pur sempre la
relazione vera, presunta o anche solo immaginata tra enti
diversi. Una relazione che contiene
amore, superflua e gratuita rispetto all’incedere del
mondo, almeno prima (e nonostante)
che sacerdoti e impostori vari se ne appropriassero
per usarla con intenti di dominio.
Lo scempio che deturpa l’amore da
dove si origina?
La vita, nella forma in cui la
conosciamo, è apparsa più volte sulla Terra prima di attecchire
e differenziarsi nei vari ambienti;
se dovessimo osservare l’intero processo da una certa
prospettiva, vedremmo senz’altro il
compiersi di un gigantesco scempio, seppur
connaturato alle leggi
dell’evoluzione. Quanti individui periscono perché non conformi
all’adattamento, quanti falliscono
nel semplice caso genetico, quanti tentativi di
espansione della vita finiscono
annientati in mille modi possibili? E quanta sofferenza. Lo
scempio si manifesta come regola e
funzione del mondo, serve alla vita nel momento
stesso in cui la nega. Triste ma
vero.
Ma se la natura spietata perpetra
lo scempio con la stessa facilità e indifferenza con le
quali promuove la vita, dona
l’amore e impone la distruzione, l’uomo, che è riuscito a
sottoporre al suo controllo,
attraverso la tecnica, importanti processi come la selezione
naturale, non può collocarsi al di
fuori della forza distruttiva insita nella logica stessa della
vita. Infatti egli è pervaso da
quello che Freud aveva individuato oltre il principio di piacere,
cioè l’istinto di morte.
L’inventore della psicanalisi,
nell’ultima parte della sua produzione, si rese conto
dell’esistenza di un fattore
negativo della vita, opposto al piacere e demolitore dell’amore,
che si esplicitava come pulsione di
morte, una sorta di tensione del vivente verso il ritorno
all’inanimato. L’esperienza clinica
lo convinse di una reale consistenza di tale elemento
pulsionale presente nell’essere
umano. La psicologia ha studiato e classificato numerosi
sintomi e proposto modelli
interpretativi legati a quadri di soggetti affetti da disturbi che
inducono a comportamenti
distruttivi o autodistruttivi, ma come spesso accade alle scienze
umane non integrate, alla
psicologia clinica che si allontana dalla riflessione psicoanalitica
più generale, se ne è colto solo
l’aspetto patologico.
La distruttività verso gli altri e
verso sé stessi, lungi dall’essere solo un fenomeno
patologico, penso invece racchiuda
nella sua essenza una legge fondamentale, ineludibile
dell’esistenza, e non sarà la
psicologia a “curare” l’attitudine allo scempio insita nel singolo
quanto nell’umanità, forse si avrà
l’impressione che intervenendo sui traumi, evitando che
accadano, si riuscirà a salvare la
vita di qualcuno e di chi gli starà intorno, ma ho
l’impressione che somiglierà tanto
al tentativo di quel marinaio che vuol arginare le falle
dell’imbarcazione a mani nude,
ritrovandosi più buchi di quanti ne possano coprire le sue
due mani.
Il sacro non ha il suo nemico nel
profano, ma nel sacrilego; l’amore non ha il suo nemico
nell’odio o nell’indifferenza, ma
nello scempio.
Lo scempio si manifesta come una
sorta di perenne coazione a ripetere, in grado di
distruggere ogni tentativo di
rendere la vita diversa dalla semplice riproduzione meccanica
di sé stessa, e per questo agisce
nella direzione della distruzione dell’amore. Questa
nefasta entità pulsionale è forse
più presente in taluni e meno in altri, o forse tale appare.
Di sicuro il carattere inconscio ne
è il connotato più radicale, infatti la più elementare
riflessione razionale svelerebbe
quanto sia economicamente svantaggioso seguire questo
impeto irrazionale. Parlo di
economia generale dell’individuo, non del suo patrimonio
materiale; parlo dell’economia
delle relazioni e quindi dell’equilibrio complessivo della
persona. Nell’essere umano, più che
in tutti gli altri mammiferi, i tempi di accudimento
della prole sono molto estesi e
intensi, possono prolungarsi per una parte considerevole
dell’esistenza, a seconda poi delle
particolarità sociali e culturali. Ad ogni modo,
l’accudimento è un tratto
essenziale che probabilmente influenzerà l’equilibrio emotivo-
affettivo e il successo relazionale
dell’individuo adulto. In un inefficace accudimento
infantile e post-infantile risiede
quasi certamente una potente minaccia alla capacità
dell’individuo adulto di esprimere
una positiva propensione all’amore. Il distacco, la
separazione e l’abbandono, secondo
questa prospettiva, sarebbero forieri del loro stesso
ripetersi secondo una
insopprimibile coazione a ripetere.
Se così fosse, o così solamente,
non vi sarebbero argini al propagarsi delle pulsioni
distruttive, e lo scempio ne
sarebbe il semplice risultato entropico. Tuttavia, la complessità
dell’essere umano sfugge a
qualsiasi considerazione deterministica, ponendoci spesso di
fronte a realtà imprevedibili. È
infatti noto alla “psicologia dell’arco della vita” come l’effetto
del sussistere di taluni fattori
possa generare risultati comportamentali anche opposti, per
cui la coazione a ripetere può in
realtà essere spezzata, almeno nei suoi effetti e anche se
con minori probabilità rispetto al
suo opposto.
Uguali riflessioni ci suggerisce
l’osservazione delle civiltà umane. La sopravvivenza di
gruppi, popoli, comunità
organizzate o Stati, come quella del semplice individuo è legata al
più forte degli istinti di cui è
dotato il vivente, l’istinto di autoconservazione. Tale istinto,
mostra nella sua applicazione, il
potenziale di estrema distruttività che può esprimere
anche solo in presenza di una
minaccia virtuale. Machiavelli aveva ben capito la logica del
mondo e della politica, non si
nascondeva dietro la morale, la salvaguardia dello Stato si
ottiene con ogni mezzo: è la
proiezione dell’autoconservazione del singolo
sull’organizzazione del gruppo.
Oltre ogni mania narcisistica di grandezza, oltre ogni
cupida bramosia di potere e
ricchezza (probabilmente perversioni, esse stesse, della
spinta all’autoconservazione),
assistiamo al proliferare di apparati bellici, resi sempre più
letali dalla tecnica, capaci di
annientare il genere umano più volte, conseguenza diretta o
indiretta della paura. Il timore
della fine crea le condizioni per il suo stesso realizzarsi, su
una scala ormai planetaria. La
legge del mondo, la deterrenza, la cosa oggettivamente più
ragionevole, porta con sé la
possibile distruzione di tutto, lo scempio.
Lungi dall’azzardare un finale
apocalittico della vicenda umana, intendo evidenziare ciò
che, a parer mio, soggiace ad una
terribile dialettica e innerva la vita in tutte le sue
dimensioni.
Rimango convinto che la legge della
vita, la legge del mondo (come lo abbiamo costruito
fino ad oggi) siano
inestricabilmente intrecciate alla possibilità dell’annientamento, della
distruzione, dello scempio. L’unica
salvezza è rappresentata dall’illusione di poter uscire
dal gioco, di poter cambiare le
regole abolendo il principio meccanico delle cose e
rompere liberamente l’equivalenza,
un’illusione capace di generare il dono e l’amore.
Per concludere, voglio precisare
che l’uso e la scelta di termini o locuzioni come ‘scempio’,
‘amore’, ‘legge del mondo’ e simili
sono stati funzionali ad una visione e una
categorizzazione soggettiva di una
realtà che ho cercato però, quanto più possibile, di
esprimere oggettivamente nelle sue
trame.
Forse, il tentativo di dare e di
darsi una spiegazione potrà sembrare in parte goffo, in parte
riuscito, varrà comunque a
nobilitare il dolore dell’esistenza, renderlo meno insopportabile.
20 gennaio 2026

Interessante scempio😆
RispondiEliminaA parte gli scherzi, articolo pieno di spunti