mercoledì 4 gennaio 2012

Lettere insulari: La Chiesa e l'ICI

Risposta di Francesca Saieva alla lettera aperta di Enzo Barone "Date a Cesare quel che è di Cesare", del 29 dicembre 2011
(http://www.palingenesicom.blogspot.com/2011/12/date-cesare-quel-che-e-di-cesare.html)

“Lettere insulari”, rubrica a cura di Francesca Saieva
Se volete condividere pensieri, idee e perplessità, scrivete a francescasaieva@gmail.com

Caro Enzo,
che la storia non è finita è noto a molti, se ‘verità’ vichiane d’altronde sono ancora attuali tra corsi e ricorsi della storia.
La questione Ici-Chiesa ha in sé la complessità di ogni fatto storico e come tale non è esente (almeno in questo caso) da cause e concause. Perché la ‘questione romana’ (mi piace così denominarla, se non proprio ‘fiscale’ nei termini) non credo sia del tutto imputabile alla vecchia formula cavouriana “libera Chiesa in libero Stato”, piuttosto ha radici ben più lontane. Mi riferisco alla crisi degli universalismi (cui avvezzi per tradizione più che per convinzione) e a quel “potere delle due spade” che da secoli spiana la strada a ‘guarantigie’ di ogni sorta. Perché i costi della politica sono il prezzo da pagare per l’esistere di ogni ‘casta’. E così, come scrive Piero Stefani, se “il nostro è il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, la nostra Chiesa appare sempre di più quella di Esaù.”


Come sempre non mancano paradossi e contraddizioni e nel fare appello ai valori del passato se ne acquisiscono di altri, di sicuro ‘preziosi’ ma meno ‘ortodossi’. Tanto che non c’è da stupirsi se il dialogo, a cui auspica la Chiesa e così elogiato in questi ultimi tempi, alteri invece i suoi toni e l’anima del dibattito su stampa e web. Forse perché ci si sta chiedendo, com’è stato ricordato in questi giorni su Il fatto quotidiano, “ Dove è finita la Chiesa del Concilio Vaticano II”? Eppure era il dicembre del 1965 quando la costituzione conciliare Gaudium et Spes asseriva: “ La Chiesa non pone la sua speranza nei privilegi offertigli dalla comunità civile. Anzi, essa rinunzierà all’esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso può far dubitare della sincerità della sua testimonianza o nuove circostanze esigessero altre disposizioni”.
Enzo, come puoi ben vedere, non riporto cifre in merito alla questione Ici (le pagine dei quotidiani e dei siti ne sono piene), preferisco lasciare agli addetti ai lavori la ‘contabilità’, ma non posso di certo non rimanere perplessa e contrariata di fronte a un immane patrimonio quasi del tutto tax-free e alla paradossalità che ne scaturisce del concetto di caritas. Dai Patti lateranensi del 1929 (a cui si attribuisce la risoluzione della “questione romana”) a oggi (considerando gli accordi durante la Repubblica del secondo dopoguerra, la revisione dei suddetti del 1984, con il governo Craxi, e gli ultimi vent’anni della politica italiana) possiamo dire che si è fatto veramente poco; tanto che una lettura odierna delle parole, pronunciate alla nascita dello Stato della Città del Vaticano da Pio XI: “si è ridato Dio all’Italia, e l’Italia a Dio”, risulterebbe ancor più ostica di allora se non del tutto incomprensibile. Perché se nel Vangelo è scritto “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherai la mia Chiesa”, il ‘mattone’ di Dio fatto dall’uomo sembra a tutti essere di altra natura.
Cosa aggiungere, dunque, parafrasando Stefani, se non che la questione Ici-Chiesa e così pure l’8 per mille sono finiti entrambi dentro un piatto di lenticchie?

2 commenti:

  1. BASTA BUGIE. BUGIARDO DI UN SEGRETARIO DELLA CEI: I VESCOVI GUADAGNANO 13 MILA EURI IL MESE. ALLA FACCIA DEI FESSI CHE CONTINUANO AD ANDARE IN CHESA E A DARGLI LE OFFERTE
    Se si rastrellassero ogni anno i 13 miliardi di euro che un sottogoverno confessionale continua a donare alla Città del Vaticano, sottraendoli con la menzogna dalle tasche della povera gente, se si recuperassero tutti gli introiti dell’ICI (il valore degli immobili vaticani ammonta per difetto a 30 miliardi di euro), la smetteremmo di parlare di debito pubblico (altra bufala) , di crisi delle pensioni, di tagli ai rinnovi contrattuali, alla sanità, alla scuola pubblica, all’arte, alla musica e allo spettacolo… Grazie a Berlusklaun il Vaticano, il più ricco Stato del Mondo, non paga più neppure l’ICI, i suoi monumenti privati sono ristrutturati con le tasse imposte ai lavoratori italiani, e gli istituti cattolici sono finanziati con i soldi di noi tutti, non con le offerte dei fedeli o delle aziende di Berlusconi, abbastanza ricche da permetterselo. Siamo il solo caso nel mondo in cui una popolazione multirazziale e multiconfessionale deve obbligatoriamente versare i propri contributi per farsi indottrinare. Atei, non credenti, agnostici, musulmani, ebrei, protestanti ed induisti, le cui tasse statali sono devolute molto benignamente ad una ideologia religiosa che li combatte accanitamente e che se potesse tornerebbe ad accendere nuovi roghi! È come se gli Italiani – il paragone non vi sembri forzato – fossero costretti a finanziare l’Iran per lasciarsi plagiare: è la stessa identica cosa, anche se sembra assurda. Ma come ha detto qualcuno: “Il Vaticano è uno stato! L’Italia no!”. DA: LA RELIGIONE CHE UCCIDE
    COME LA CHIESA DEVIA IL DESTINO DELL’UMANITÀ
    (Nexus Edizioni), giugno, 2010.
    517 pagine, 130 immagini, € 25

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