mercoledì 9 ottobre 2013

L'Italia s'è desta (ed era ora)

 

di Raimondo Augello


Senti che puzza, scappano anche i cani
Sono arrivati i Napoletani
O colerosi, terremotati,
che col sapone non vi siete mai lavati
Napoli merda, Napoli colera
Sei la vergogna dell’Italia intera
Napoletano, lavora duro
Che a Maradona devi dare pure il culo 

Così cantava allegramente la curva più accesa del tifo milanista a San Siro nella tiepida serata dello scorso 22 settembre. E lo faceva prima, durante e dopo l’incontro di calcio Milan-Napoli,  rivolgendo il coro all’indirizzo della tifoseria partenopea massicciamente presente allo stadio.
Il fatto non è sfuggito all’osservatorio della giustizia sportiva, che facendo proprie le ultime disposizioni UEFA in materia di razzismo, impone a ciascuna federazione nazionale di intervenire con pesanti sanzioni nei casi in cui si verifichino violazioni.  Dunque, detto e fatto: applicando tali princìpi, la Lega Calcio decide di sanzionare il comportamento della tifoseria milanista, formalmente accusata di “discriminazione territoriale” (qualcosa di molto affine alla “discriminazione razziale” di cui parla la normativa Uefa)  con la chiusura della curva Sud in occasione della partita contro la Sampdoria in programma a San Siro sabato 28 settembre. Cosa succede allo stadio in quella circostanza, ad opera di una tifoseria inviperita per l’inattesa sanzione, lasciamo che ce lo raccontino alcuni stralci tratti dal Corriere della Sera:

Protesta dei tifosi rossoneri: San Siro ora rischia la chiusura. Bandiere, fumogeni, bombe carta e cori contro i tifosi del Napoli, incluso quello sul Vesuvio che deve "bruciarli tutti" e uno striscione con scritto 'La chiusura del settore non cancella l'odore: Napoli merda'

MILANO – “La chiusura della Curva del Milan non ha messo fine ai cori anti-napoletani. Sei giorni dopo l'episodio incriminato nella partita con il Napoli, se ne sono sentiti fuori e dentro da San Siro, prima e durante la sfida contro la Sampdoria. E ora fa temere una punizione più grave, una gara a porte chiuse, quel 'Noi non siamo napoletani' scandito a inizio partita due volte dai tifosi del primo anello blu, il settore sotto quello occupato di consueto dalla Curva Sud, deserta per decisione del giudice sportivo. Praticamente da ogni lato dello stadio sono arrivati invece i fischi all'annuncio dello speaker che ricordava il divieto di ogni forma di discriminazione razziale, religiosa e territoriale”.  E ancora: 

CORI E STRISCIONI OFFENSIVI –“ Prima del fischio iniziale dell'arbitro, fuori da San Siro circa trecento tifosi della Curva Sud hanno protestato contro la decisione del giudice sportivo con bandiere, fumogeni, bombe carta, l'intero repertorio di cori da ultrà contro i napoletani, incluso quello sul Vesuvio che deve "bruciarli tutti", e uno striscione con scritto: 'La chiusura del settore non cancella l'odore: Napoli merda'. Controllati dalle forze dell'ordine, gli ultrà (a cui i Milan Club hanno dimostrato solidarietà non esponendo i propri striscioni sugli spalti) hanno manifestato per circa un'ora e mezza, fino all'inizio della partita)”. A ciò si aggiunga che le pareti esterne dello stadio sono state tappezzate con volantini recanti il coretto di cui sopra; volantini di cui agli ingressi è stato anche fatto gentile omaggio agli spettatori.

Ma evidentemente per gli ultras milanisti tutto ciò non era sufficiente a sfogare il proprio livore. Domenica scorsa, in occasione della partita Juventus-Milan disputata a Torino, dalla curva che ospitava i tifosi meneghini si sono tornati a sentire i soliti cori anti-napoletani: una vera fissazione, evidentemente, se neppure in una trasferta delicata come quella i tifosi del Milan riuscivano a distogliere la mente da Napoli e dai Napoletani per concentrare la propria attenzione su quella sfida! A questo punto la giustizia sportiva non ha potuto fare a meno di intervenire più pesantemente decretando stavolta la disputa a porte chiuse della prossima partita interna del Milan, in programma con l’Udinese il prossimo 20 ottobre. E’ qui che avviene l’imponderabile: dopo l’annunciato ricorso della società rossonera per bocca dell’amministratore delegato Galliani, c’è stata una levata di scudi contro il provvedimento da parte di quasi tutte le tifoserie ultras e da parte di parecchi presidenti di società, timorosi di possibili ricatti ad opera delle frange più accese delle proprie tifoserie: una sorta di accordo trasversale in nome della licenza di offesa alla dignità umana che ha portato ad alleanze fino a qualche giorno fa impensabili, come alla solidarietà manifestata ai milanisti dai nemici storici dell’Inter (verrebbe da dire “da pulpito viene la predica”, visto che anche la curva interista è stata chiusa poche settimane fa in conseguenza degli ululati razzisti precedentemente rivolti ai giocatori di colore della Juventus).

Chiunque  parla di “goliardia”, di “innocenti sfottò”, adducendo a giustificazione altre amenità di questo tenore.

Direi che va fatto un po’ di ordine. E’ chiaro che in tutta la vicenda grava il condizionamento di una buona dose di italica ipocrisia. Da parte della stessa Lega Calcio, innanzitutto, che finalmente, vincolata al rispetto delle regole dalle autorità europee, finge di accorgersi solo adesso e  per la prima volta di quello che succede negli stadi italiani. Come napoletani e in genere tifoserie di squadre meridionali vengano accolte in trasferta al Nord è cosa nota da almeno quarant’anni se non più. Ultras come quelli  veronesi o bergamaschi sono stati spesso oggetto di dossier giornalistici e in certi casi addirittura materia per la pubblicazione di testi di argomento sociologico. Ricordo fin dagli anni ’70 le frequenti lettere di protesta indirizzate da tifosi napoletani e non solo alla redazione del Guerin Sportivo per denunciare la vergogna e l’imbarazzo di chi si trovava a dovere sostenere quelle trasferte. A me personalmente è capitato qualche anno fa di assistere ad una trasferta del Palermo a Brescia e di sentire dal primo al novantesimo minuto di gioco l’intero stadio dire e cantare cose che avrebbero offeso il cuore e l’intelligenza di qualsiasi spettatore neutrale; ma forse non è un caso se la stessa curva bresciana domenica scorsa, sempre in occasione di una partita con il Palermo, durante il minuto di silenzio rispettato in tutti i campi per onorare la memoria dei migranti periti nella strage di Lampedusa, ha preferito rompere il silenzio intonando i propri cori, prima che, finito l’incontro, un gruppo di ultras staccatosi dalla curva, desse l’assalto ad un furgoncino carico di tifosi rosanero, così, tanto per non perdere l’abitudine. 

Dunque, non per anni ma per interi decenni si è fatto finta di non vedere e di non sentire, ma finalmente oggi, verrebbe da dire, la Lega Calcio s’è desta! Meglio tardi che mai. Certo è, però, che questi decenni di impunità hanno avuto l’effetto di radicare nella mente dei beceri soggetti di cui parliamo, l’idea di un diritto improvvisamente negato, quello appunto di potere liberamente insultare il “sud-icio” avversario. Un’inconfessata convinzione che purtroppo forse trascende  il contesto sportivo se è vero come è vero che quei cori offensivi non sono affatto nati negli stadi. L’onorevole Matteo Salvini (quello dei bus ai soli milanesi, sì, proprio lui), in predicato per diventare il numero uno della Lega Nord, milanista convinto, ha difeso a spada tratta la sua tifoseria. Peccato che Salvini ami farsi riprendere insieme ai suoi amici di partito con in mano un boccale di birra mentre intonano a squarciagola durante le loro feste Padane il coro riportato sul frontespizio di questo articolo, un fatto al quale qualche tempo fa dai microfoni di Radio news ha replicato con appassionata veemenza il regista napoletano Pasquale Squitieri (quello del film “Li chiamarono briganti”, uscito nel 1999 e ritirato misteriosamente dalle sale cinematografiche dopo appena una settimana, per avere avuto la colpa di raccontare agli Italiani la vera storia sul cosiddetto “brigantaggio postunitario”, proprio lui) ricordando all’ineffabile Salvini, tra le altre cose, come siano state Napoli e l’intera Magna Grecia a far conoscere il sapone al resto d’Italia.

E che dire di quanto accaduto durante lo scorso campionato di calcio, quando un giornalista del TG 3 Piemonte di cui è meglio per carità di patria omettere il nome, inviato davanti ai cancelli ai cancelli dello stadio di Torino ad intervistare i tifosi Juventini prima della partita con il Napoli, chiedeva maliziosamente loro come facessero a riconoscere i Napoletani, e di fronte alla reticenza degli interlocutori, dandosi egli  stesso una risposta, con fare sempre più ammiccante diceva: “Dalla puzza, non è vero?”. Incredibile ma vero, come incredibile è il fatto che, passata la bufera nei confronti della Rai seguita alle proteste di qualche intellettuale (come Roberto Saviano), il tutto sia finito alla maniera italica, cioè a tarallucci e vino. Eppure in un fatto come quello erano evidenti le responsabilità e le complicità a vari livelli di chi con compiacente omissione aveva permesso che una tale esibizione di idiota disprezzo potesse essere mandata in onda da una rete Rai.

E qui andiamo al punto prima solo accennato. Se le cose stanno così, è evidente che quei cori di cui stiamo trattando trovano nello stadio solo un occasionale ricettacolo e che anche in questa come in altre circostanze i templi del tifo e ciò che in essi accade altro non siano che metafora,  parossistica espressione se vogliamo, delle tensioni e degli umori che agitano la nostra società. L’apparente “normalità” con cui un TG Rai manda in onda quel becero servizio fa il paio con la sorpresa e l’indignazione di chi oggi, tifosi e presidenti, protestano contro il provvedimento del giudice sportivo. D’altro canto, alzi la mano chi, vivendo al Nord non ha mai sentito prima quei coretti ingiuriosi al di fuori del contesto sportivo e sentendoli magari non ha pensato che essi siano frutto di goliardica mordacità piuttosto che di una autentica subcultura di matrice razzista ampiamente diffusa, come i fatti del TG 3 Piemonte stanno a testimoniare, nelle fibre della società, o scagli una pietra chi non ha mai raccontato una barzelletta sui Meridionali, o non ha magari goffamente cercato di imitare il loro accento per metterne in burla le abitudini di vita. Qui naturalmente non si tratta di fare il processo alle intenzioni, ma di cercare di capire come in un’Italia progettata e costruita a due velocità, l’una efficiente e l’altra no, l’una industrializzata e l’altra in cui invece l’unica industria mantenuta in vita è quella mafiosa, sia diventato così “naturale” per la prima considerare inferiore la seconda, che quando qualcuno interviene a gettare un sasso nello stagno mettendo in discussione equilibri e gerarchie secolari non può che suscitare sorpresa e protesta.

Quanto poi quei cori siano frutto di “goliardia” e di “innocenti sfottò” lo può testimoniare il fatto che la loro materia e i sentimenti ad essa sottesi non nascono né negli stadi né oggi, ma affondano le loro radici nella modalità distorta in cui il processo unitario è avvenuto in Italia, nelle teorie di Cesare Lombroso, per esempio, che offrirono supporto ideologico alla conquista del Sud, quando il Sud era chiamato (come si legge in parecchi documenti) “Affrica”, mentre Massimo D’Azeglio, cui oggi dedichiamo le vie cittadine, affermava che unirsi ai “Napolitani” (termine con cui allora si designavano tutti gli abitanti del Sud Italia era “come mettersi a letto con un vaioloso”. E che dire di quel deputato del Parlamento di Torino che di fronte alle proteste del governo britannico per i massacri perpetrati dall’esercito Piemontese nel Meridione, invitava gli Inglesi a pensare agli Affari loro, dal momento che loro, i Piemontesi, avevano trovato nel Regno delle Due Sicilie La “loro India”?  E’ allora, che come racconta Carlo Alianello ne “La conquista del Sud” (1972), una pietra miliare nel processo di demistificazione della historia ufficiale (inculcata dal catechismo di patria sin dai primi anni di vita nella scuola) i soldati duo siciliani catturati dopo l’eroica resistenza  negli assedi di Gaeta, Messina, Civitella del Tronto, prima di essere avviati ai campi di concentramento dislocati al Nord (in primis Fenestrelle) venivano fatti oggetto di scherno da parte di ufficiali e militari Piemontesi per la loro puzza  (e d’altro canto, che in una città assediata per mesi non vi siano tante occasioni per lavarsi è cosa naturale: a Gaeta, per esempio, durante i 102 giorni di terribile assedio, ai 40 mila assediati venne a mancare l’acqua dolce, e si dovette ricorrere all’uso dell’acqua di mare).”Sei del paese della lava? Allora lavati e non fare il lavativo”,  era una delle frasi più frequentemente rivolte a quei prigionieri.

Pensando a tutto ciò e a tante altre cose ancora che qui ometto per questioni di spazio e di carità di patria, dovrebbe tacere chi oggi parla di “goliardia”   e di “diritto allo sfottò”. Nella speranza che la Lega cacio, nelle ultime ore tentennante di fronte alle reazioni suscitate anche presso  taluni quotidiani, confermi di essersi svegliata e non si pieghi, come invece da più parti si comincia a vociferare, a revocare il provvedimento sanzionato.  Sarebbe l’ennesima farsa di un Paese in cui l’esercizio della memoria da parte di chi parla è spesso virtù del tutto opzionale.   

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