giovedì 2 dicembre 2010

La laurea

La laurea

 di Enzo Barone
Gli invitati oramai sono quasi tutti arrivati.
Dal basso, dall’androne della grande villa padronale sale un concerto dissonante di suoni vari e indistinti.
Dalla porta volutamente lasciata aperta nella sua camera Luca, l’atteso, ascolta il rincorrersi delle voci, il riverberarsi delle risa, il rimbalzare dei tintinnii dei bicchieri e dell’argenteria, il tramestio dei passi che riecheggia rotondo sull’assito.
Era proprio così che aveva sempre immaginato quel momento: la sera inoltrata, nella grande casa “avita”, l’unica illuminata nella campagna  come un prodigio nelle tenebre più fitte di dicembre;
gli invitati giù ad aspettarlo per una buona mezzora almeno e lui sopra con l’uscio socchiuso a godersi quell’intrecciarsi e confondersi sinfonico di suoni, come una prodigiosa, inconsapevole orchestra che provi in attesa del suo direttore.
Ora è immobile di sbieco sulla fessura aperta della porta della sua camera. Una lama di luce pallida ferisce il suo profilo. Un sorriso si disegna sul suo volto: è leggero, ma sgorga profondo dal pozzo del suo compiacimento.
Esita, si blocca adesso ? Forse vive l’attimo ineffabile dell’impossibilità del divenire del tempo ?
Il non divenire di dodici anni di studio per terminare medicina, il non divenire delle crisi, gli scoppiamenti da ridere dapprincipio, da morirci in seguito, delle storie che non avevano mai prospettive concrete, obiettivi da raggiungere, il non divenire del militare e delle camere da universitario sempre troppo piccole ed estranee e la gioventù che c’è, che pare che duri sempre e intanto i capelli cominciano a sparire e le coliti avanzano. E poi ( la migliore delle terapie dopo tutto!) l’immaginarsi al di là di tutto questo, di questo fossato troppo difficile da valicare: la cerimonia nell’Aula Magna coi parenti, la cena con tutti i crismi, il discorso di circostanza…: “patetico, l’apoteosi del coglionismo da matricoletta come unica via di fuga dalla follia” come andava ripetendo ultimamente il compagno di stanza.

Non importa, niente di tutto ciò ora è più importante; adesso ti senti assolutamente, interamente soddisfatto fino al midollo: avverti inaspettatamente proprio ora tutto il sublime che vi è in questi istanti e ne vuoi godere fino in fondo il gusto, vero Luca ? Una shekerata violenta di paura, felicità, ansia, impasse in parti uguali con uno spruzzo magico di sadismo, nel farsi attendere mezzora, un’ora stasera, dieci, dodici anni per poter dire di essere e non pìù di galleggiare nel divenire.
Ma ecco, l’orchestra ha atteso abbastanza l’entrata in scena del suo maestro e sacerdote.
Che la sinfonia abbia compimento e che si compia solo nel nome del suo demiurgo.
Allietati, Luca, l’occhio sovrano del Destino adesso segue i tuoi gesti pregni di senso, mentre
togli dal cavalletto i pantaloni dalla piega perfetta e li inforchi, mentre prendi dallo scaffale in alto la scatola nuova delle scarpe scure, ne sollevi il coperchio, togli la carta ben celata al loro interno, le calzi, allacciando le stringhe con lentezza, mentre scarti dalla bella confezione la camicia bianca dai colletti ad alette.
Ti osserva ancora mentre il tuo sguardo cerca qualcosa che non trova, la più importante forse ?
E’ il pacco con quel bel fiocco che sai dentro al terzo cassetto. Lo apri sciogliendo i lacci con la sensualità impropria delle spogliarelliste. Dentro c’è il plastron inglese e lo spillone dalla testa di madreperla per appuntarlo sul colletto: tua madre lo ha comprato già da sei mesi, nel miglior negozio della città. E’ di una seta blu dalla tonalità molto intensa e luminosa. Bello ! Lo avevi tanto sognato quando avevi vent’anni e la laurea ti pareva breve da attendere, ma forse ora ne faresti anche a meno; ora ti pare un po’ ridicolo.
Adagi il plastron sul letto ancora disfatto e ti fermi ad osservarlo: puoi prenderti ancora un po’ di tempo per decidere, indossando intanto la camicia plissettata da cerimonia. E lo spillone madreperlato, dove sarà adesso ? Forse sarà caduto da qualche parte nello scartare la confezione. Poco male. Si cercherà, dopo, tra un momento. Ancora un istante, un attimo di ritardo ancora, che si sommerà a dodici altri anni, ai dodicimilioniottocentoventisette attimi di vita sospesa.
Ecco la macchina da presa del Fato, il carrello del Fattore Immoto ti seguono in un morbido piano- sequenza. Hai deciso di lasciarti cadere di botto sul letto ancora un attimo prima di vestirti: ecco ripiombi nel dominio del non divenire, del non-essere-ancora.
Lo facevi già da bambino: buttarti all’improvviso ad occhi chiusi giù sul materasso, la faccia che tonfa sul cuscino.
Provi lo stordimento infantile di un piacere improvviso ed intensissimo, lancinante e secco come una stilettata e poi il nulla. L’immobilità assoluta dello spazio indistinto, del tempo in stand-by.

Lo spillone del plastron ti è conficcato dritto dentro al cuore e tu ora sei morto.



2 commenti:

  1. complimenti, finale a sorpresa, paradossale :)

    RispondiElimina
  2. daniela palumbo4 dicembre 2010 16:41

    Iperbolico, come il lunghissimo spazio di "vita sospesa", e insieme minuscolo, sottilissimo, quasi impercettibile, come la punta dello spillo che dà la morte... C'è tutta l'essenza della nostra natura umana, l'ipertrofia dell'essere che si dissolve nello spazio infinito, come un pallone scoppiato.
    Complimenti.

    RispondiElimina

Questo blog consente a chiunque di lasciare commenti. Si invitano però gli autori a lasciare commenti firmati.
Grazie