sabato 13 febbraio 2016

Le antichissime lingue di Sicilia


( dal sito Siciliani Liberi )

di Massimo Costa

Le prime testimonianze storiografiche attendibili che parlano della Sicilia prima dei Greci le dobbiamo proprio ai Greci stessi, ed in particolare a Tucidide, storico scrupolosissimo, il quale ci dice che, a parte i Fenici o Cartaginesi che contendevano le coste ai Greci, le popolazioni autoctone dell’Isola erano tre: la più numerosa era quella dei Siculi che abitavano la Sicilia dal Salso verso est,
che sarebbero venuti nell’Isola circa trecento anni prima dei Greci (e quindi alla fine dell’XI secolo, intorno al 1000 a.C). Ad ovest del Salso erano i Sicani. Nell’estremo nord-ovest, essenzialmente nelle città-stato di Segesta ed Erice, trovavamo infine gli Elimi. Sulla venuta dei due Popoli più antichi le memorie storiche degeneravano nella leggenda: più tardi sarebbero arrivati gli Elimi, venuti dall’Asia Minore, e in particolare da Troia, dopo la sua distruzione (e quindi intorno al XII secolo a.C), mentre i Sicani sarebbero ancora più remoti, e addirittura con più di una leggenda sul loro insediamento: una remotissima dalla Spagna, un’altra, un po’ meno antica, dai Liguri d’Italia.
Ancor prima di questi popoli, tutto sommato attestati storicamente, si affonda nella mitologia pura, che favoleggiava di popoli poi estinti misteriosamente: i feroci Lestrigoni, e, ancor prima, i mostruosi Ciclopi.
Perché perdere tempo con le antiche favole greche? Perché dietro queste storie, e sempre più man mano che ci si avvicina ai loro tempi, si scorgono tracce di verità storiche tramandate a voce e pertanto alterate dalla fantasia. La ricerca archeologica più recente, per esempio, ha accertato come vera la notizia sull’insediamento dei Siculi, anche sull’epoca indicata da Tucidide, mentre più confusi, ma non del tutto inventati, appaiono i riferimenti per gli altri due popoli. Sul mito dei Lestrigoni, invece, a parte forse il confuso ricordo del contatto dei primi pastori mesolitici e neolitici con i più antichi cacciatori paleolitici, pare appartenga soltanto al mondo dell’immaginazione. Sui Ciclopi, infine, è ormai praticamente certo che tale mito sia nato dal ritrovamento, nella stessa Antichità, dei crani dell’elefante nano di Sicilia, estinto in età storica, la cui grande fossa nasale veniva scambiata per una gigantesco e mostruoso unico bulbo oculare.
Ma che lingua parlavano questi popoli pregreci della Sicilia? In età tarda, a contatto con i Greci, lasciarono alcune iscrizioni, dal significato ancora piuttosto oscuro. Da queste, e dalla cultura materiale (vasellame, utensili,…) sembra che tutti gli “indigeni” siciliani avessero una cultura molto omogenea. In altre parole è come se, in età storica, fossero sì rimasti questi “tre nomi”, retaggio di epoche passate e segno di divisioni politiche, ma linguisticamente la Sicilia indigena fosse stata, almeno a livello popolare, tutta “sicula” e dall’altra parte, ben presto, “greca” nelle élite, al punto che le cose “importanti” erano scritte in greco e sempre in questa lingua erano tenute le rappresentazioni teatrali, perfino a Segesta, quasi all’estremo ovest. Insomma, in età storica, a parte una modestissima presenza della lingua fenicia a Mozia-Lilibeo, la Sicilia sembra divisa, più o meno a metà, tra il greco e il siculo e, infatti, l’identità dei Siciliani antichi fino alla conquista romana era distinta abbastanza nettamente tra Sìkeloi (Siculi) e Sikeliòtes (Sicilioti). La lingua dei primi era certamente una lingua indoeuropea, di ceppo italico, probabilmente del sottogruppo latino-falisco, forse nient’altro che una forma arcaica di latino, ma con la forte presenza di fenomeni fonetici, e forse di vocaboli, risalenti ad un substrato pre-indoeuropeo, che potremmo ad evidenza definire “sicano”. Questo è tutto quanto possa dirsi storicamente acquisito ad oggi. Ogni altra interpretazione può essere fondata solo su ricostruzioni induttive. Noi qui ne proporremo una.
Il racconto biblico di Noè sottende, probabilmente, nient’altro che una lontana origine comune del ceppo umano delle famiglie Europoidi, da cui si sarebbero dipartite alcune ben note famiglie etniche e linguistiche ancor oggi distinguibili: i Camiti (antichi Egizi, Berberi, gli antichi Cananei, popolazioni del Corno d’Africa) e i Semiti (Ebrei, Arabi, Fenici, Aramei, Caldei,…). Il terzo “ceppo”, quello caucasico o “Iaftita”, disperso a nord rispetto al primitivo insediamento umano in Medio Oriente, si sarebbe a sua volta tripartito in tre famiglie umane, di cui restano oggi evidenti le parentele linguistiche: la famiglia turco-tatara, che si sarebbe inoltrata nelle steppe dell’Asia centrale, che sarebbe venuta in contatto con popolazioni di ceppo mongolico e da cui derivano alcune moderne lingue europee (finlandese, estone, ungherese, turco), la famiglia ariana o indoeuropea che si sarebbe avventurata nelle freddissime pianure sarmatiche, e un’altra famiglia, meno nota, di popolazioni (e lingue) che potremmo chiamare mediterranea che colonizzò una vastissima area che dal Caucaso, attraverso l’Asia Minore, arrivava a tutte le tre grandi penisole del Mediterraneo e finanche alle Isole Britanniche e, forse, ad altre regioni d’Europa. Questa famiglia umana sarebbe stata poi travolta, in epoca protostorica, dall’ondata degli Indoeuropei provenienti da Nord, in possesso della tecnologia del ferro e di cavallerie veloci, la quale avrebbe fatto sparire, quasi senza lasciare traccia, questa intera famiglia linguistica. Di essa oggi – quasi come due “scogli” sopravvissuti ai due estremi opposti alla marea ariana – abbiamo testimonianza solo nelle lingue caucasiche (il georgiano la più importante) e nella lingua basca, ciò che resta degli antichi Iberi. Ma, nell’Antichità, esse erano molto piú diffuse e accomunate da molti elementi culturali, non ultimo il culto della Madre Terra e, in genere, delle divinità “ctonie” (cioè sempre della terra) di cui resta traccia in epoca storica. Al gruppo mediterraneo possiamo attribuire tanto i Filistei della Palestina, quanto gli Hyksos dell’Egitto, e ancora, i Cretesi, i mitici “Pelasgi” che avrebbero popolato la Grecia prima dell’arrivo degli Elleni, gli Etruschi in Italia, ma anche i Liguri, gli Iberi in Spagna, precedenti ai Celtiberi, di ceppo invece indoeuropeo, i Pitti nella lontana Scozia e, appunto, i Sicani in Sicilia. La probabile comune radice tra il nome di questo popolo e il termine “Scania” della parte meridionale della Svezia potrebbe essere una traccia di una possibile popolazione di ceppo mediterraneo persino della Scandinavia prima della venuta dei Germani, da cui derivano le moderne lingue scandinave.
L’idea delle diverse ondate che avrebbero colonizzato la Sicilia sono dunque verosimili. Ondate di popoli appartenenti al comune ceppo mediterraneo: Liguri e Iberi condividerebbero questa condizione. Queste popolazioni, nell’età del Bronzo, si sarebbero progressivamente fuse in un unico popolo, di ceppo mediterraneo, parlante un’unica lingua, il sicano appunto, della quale, però, nulla sappiamo, ma della quale forse rappresentano avanzi fonetici il caratteristico “dd” per la doppia “l” o il “tr” e “str” cacuminale, tipico ancora del siciliano di oggi.
Anche il mito degli Elimi provenienti da Troia non appare del tutto infondato. La venuta degli Indoeuropei in Grecia e poi in Asia Minore (cioè degli Achei, cioè meglio ancora dei più antichi Greci) determinò una serie di sconvolgimenti nel Mediterraneo sul finire dell’Età del Bronzo. La caduta di Troia, la fine della Civiltà Minoica a Creta, l’invasione dei Filistei in Palestina, l’insediamento in Italia degli Etruschi (anch’essi dati in fuga dall’Asia minore) s’inseriscono tutti in questi sconvolgimenti. In questo quadro gli Elimi potrebbero essere nient’altro che uno step intermedio proprio della venuta degli Etruschi in Italia, di cui potrebbero essere una tribù restata “a metà strada”. Ma – proprio per le ragioni dette – gli Elimi erano di ceppo mediterraneo proprio come i Sicani, e quindi si assimilarono agli stessi, tanto che di alcuni insediamenti (Iccara, Entella) si parla di città elimo-sicane. Insomma, se non erano proprio lo stesso popolo, poco ci mancava. Non è escluso, tuttavia, che, in quanto provenienti dall’Asia Minore, queste popolazioni fossero pure di ceppo indoeuropeo. All’epoca dell’invasione achea delle coste dell’Asia Minore, infatti, l’odierna Turchia era popolata tanto da popolazioni mediterranee quanto da popolazioni ittitiche e luviche appartenenti anch’essi al gruppo indoeuropeo. In mancanza di documentazioni scritte altro non può essere detto. Se è vera l’ipotesi “etrusca”, di cui è quasi certa l’origine non indoeuropea, la prima ipotesi sembra più probabile.
I Siculi, in questo contesto, non furono altro che l’avanguardia degli Indoeuropei italici sbarcata in Sicilia. La presenza, in epoca preistorica, di popoli con lo stesso nome nella Penisola balcanica, non è altro che la traccia del loro passaggio dalle originarie pianure russe in marcia verso l’Italia, la stessa strada, in fondo, fatta dai greci prima di “piombare” nella loro sede storica.
Gli “Italici” erano divisi in tre sub-famiglie linguistiche: gli Illiri, da cui venivano i Piceni, gli Apuli, i Veneti, ma anche gli Istri, gli Illiri propriamente detti (di cui oggi resta traccia nella moderna lingua albanese); gli Osco-Umbri, da cui venivano tutte le tribù italiche che colonizzarono l’Appennino (dagli Umbri, ai Sabini, ai Sanniti, fino ai Bruzzii in Calabria); e, appunto, i Latino-Falisci, che in età storica si insediarono nelle pianure laziali, ed una cui punta avanzata, i Siculi appunto, varcò lo Stretto un po’ prima del 1000 a.C.
I Siculi, tuttavia, non furono così numerosi da soppiantare la precedente popolazione sicana, se non forse solo nelle Eolie. Imposero tuttavia la loro lingua, come minoranza di conquistatori, assimilando molti elementi dagli sconfitti (come accadde in Grecia e, dappertutto, dove gli ariani trovarono una numerosa e relativamente civile popolazione locale). Dopo aver colonizzato in tal modo il Val Demone, si estesero poco a poco militarmente in Val di Noto, e infine la loro spinta propulsiva si esaurì intorno al Salso, quando i Sicani sopravvissuti all’ovest avevano già assorbito la tecnologia, anche militare, con la quale gli indoeuropei erano penetrati. Finita la penetrazione militare non si arrestò però l’osmosi linguistica. Il Sicano continuò ad arretrare lentamente, si spezzettò in isole linguistiche, svanì a poco a poco e, quando arrivarono i Greci, i Sicani esistevano ancora come popolo, ma la loro lingua forse era già del tutto scomparsa e sostituita dal siculo che, certamente, era l’unica lingua parlata dagli indigeni quando arrivarono i Romani.
A nostro avviso, concludendo, i Siculi altro non erano che in massima parte gli stessi Sicani che, però, avevano perduto l’originaria lingua mediterranea e assimilato in gran parte la lingua dei vincitori, a quanto pare una sorta di latino arcaico.
Studiosi nazionalisti siciliani del passato, tra cui l’indimenticato padre Ignazio Sucato, vollero vedere i Siculi non “assimilati” dal latino, ma fatti evolvere dal latino. Con un’esagerazione nazionalistica pensarono che il Siciliano moderno non era quindi “derivato” dal latino, ma direttamente dal Siculo antico, lingua sorella del latino stesso, e che quindi, insieme all’ebraico, il siciliano fosse la lingua attuale più antica ancora vivente. Si trattava di un’esagerazione, dettata dal troppo amore per la propria terra, ma con un piccolo fondo di verità.
Con la sconfitta della Lega Sicula di Ducezio anche il siculo come lingua comincia a regredire di fronte al greco e i romani la trovano infatti come lingua secondaria, diffusa soltanto nell’interno e nelle campagne, un po’ più ad ovest che ad est, e forse divisa pure in tante parlate in quanto non unificata in unico standard.
Con la venuta dei Romani, che parlavano una lingua molto simile, questa lingua si evolve rapidamente assimilandosi al latino. I Siculi da allora in poi, ma non i Sicelioti come vedremo più avanti, presero a parlare il “latino di Sicilia”, di cui è difficile dire se si sia trattato dell’evoluzione del precedente siculo autoctono o l’adattamento in Sicilia del latino: un po’ le due cose insieme ma forse più la seconda.
Eppure la prima ipotesi, suggestiva, e plausibile perché di tutte le lingue pre-latine che i romani trovarono nelle loro conquiste solo il siculo era praticamente una lingua sorella, consentì ad alcuni linguisti nazionalisti siciliani di età recente di sostenere che il moderno siciliano sarebbe stata l’unica lingua, insieme all’ebraico, a sopravvivere millenni. Con un po’ di forzatura arrivavano a vedere nel siculo nient’altro che la forma primitiva del siciliano; ciò che a rigore non appare scientifico, come si è visto, ma che non è neanche teoria del tutto priva di fondamento, per le ragioni che sono state dette.
Ovviamente, però, di questo siculo, e men che mai del più antico e oscuro sicano, non ci è pervenuta alcuna “letteratura” in senso stretto.
CRONOLOGIA DELLA SICILIA PREGRECA:
20.000 a.C. Primi insediamenti umani nel Paleolitico Superiore
20.000 - 10.000 Paleolitico Superiore
10.000 - 8.000 Mesolitico
8.000 - 3.200 Neolitico
3.200 - 2.200 Eneolitico (Età del Rame)
2.200 - 1.450 Antica Età del Bronzo
1.450 - 1.250 Media Età del Bronzo (si consolida l'etnia dei Sicani)
1.300 Immigrazione degli Elimi nell'estremo occidente
1.250 - 1.050 Tarda Età del Bronzo
1.050 - 850 Età del Ferro (Progressiva penetrazione dei Siculi)
800 - 750 Fondazione degli empori dei Puni (Fenici) sulle coste

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