giovedì 6 settembre 2012

ANGELO DEL MARE

di Francesco Scrima

 

“Per tutti la morte ha uno sguardo
(C.Pavese – Verrà la morte e avrà i tuoi occhi)
 
   A Marica piaceva uccidere gli uomini con lo sguardo.
La sua era una vera passione, ma naturale, necessaria, semplice come decidere se camminare o rimanere fermi.
   A Marica la natura – o il Caso, il Destino -  aveva dato molti doni; chi l’avesse conosciuta bambina, avrebbe subito detto ch’ era bella, era aggraziata, era  furba e sveglia.
   Ma nessuno avrebbe potuto scoprire che il suo dono più grande e crudele era nascosto in quello sguardo, misterioso, pungente - una freccia dalla punta avvelenata.
   La bambina seppe molto presto di possedere quest’arma, ed altrettanto presto imparò ad usarla.
   Marica crebbe rapidamente – o fu quello sguardo a strapparla via dal corpo di una bambina che non era mai stata veramente bambina – , e ancora di lei si continuò a dire ch’ era bella, era aggraziata, era davvero una donna fatta.

   Marica fu donna, e la sua anima risuonò cupamente negli abissi degli oceani.
    Ecco, tra tutte le possibili figure, ad una la vorrei rassomigliare:  ad un angelo del mare, luminoso tra le onde, ammaliante e minaccioso come una sirena.
   L’età non mutò i desideri di Marica: possedere chiunque volesse, continuava a restare il suo gioco preferito, ma con una differenza, che adesso sapeva scegliere chi uccidere.
   Era una scelta ragionata o casuale? era frutto d’ istinto o di raziocinio? di crudele compassione o di passione pietosa? Nessuno l’avrebbe capito. Probabilmente, non lo capiva neppure Marica.
   E poi, cosa sarebbe cambiato per le sue vittime?
   Cosa fa diversa una morte dolce e lenta da una subitanea e feroce, se lo sguardo che la porta con sé, è così straordinariamente imperioso?


II

   Marica  s’ innamorava tutti i giorni.
   A vent’anni, possedeva un’infinita capacità di amare e di amare tutto, ogni più minuscola particella della vita.
   Ma Marica non voleva amare, o, meglio, voleva amare in un suo modo tutto speciale, e quel modo non prevedeva che qualcuno potesse ricambiare il suo amore.
   Specialmente se quel qualcuno era un uomo.
   Perché Marica non era nata per essere di qualcuno.
   In realtà, Marica non apparteneva a questo mondo.
   Un conto era guardarla, ammirarne la grazia dei movimenti, parlarle o anche sfiorarle la pelle, annusandone l’odore salino; un altro era comprenderla fino in fondo, perché allora ti dava l’impressione che fosse su questo pianeta solo di passaggio, e che stesse andando sempre in qualche altro luogo, più adatto a lei.
   Forse, semplicemente, si difendeva in ogni istante della sua vita.
   E preparava l’attacco – un’aquila che volteggia lentamente, lo sguardo ormai fisso sulla preda.
   Così facendo, Marica distribuiva con calcolato giudizio il suo amore, lasciandosi alle spalle vittime inconsapevolmente felici di avere incontrato il suo sguardo e di averlo accarezzato, inseguito, cercato e afferrato sulle creste delle montagne, e poi perso per sempre nelle profondità della terra, dove tutto finisce, in attesa di rinascere un’altra volta.
   Capitava perfino che sul cammino di Marica ci fossero contemporaneamente due prede e che entrambe finissero nella rete inestricabile dei suoi occhi scuri.
   Nessuna, per quanto forte fosse da quel momento il proprio sentirsi parte della vita di lei, avrebbe avvertito la presenza dell’altra, finché un’uguale sorte non avrebbe inghiottito tutte e due.
   E’ più facile uccidere una preda se la si spinge a credersi predatore.

III

   Quando un giorno Marica vide sulla sua strada Xavier, seppe che l’avrebbe ucciso.
   Quella volta, tuttavia, la consapevolezza dell’arma che tornava a caricarsi per essere puntata sull’altro fu accompagnata da una sensazione che Marica non aveva mai provato per un uomo: era affascinata da Xavier.
   Non capiva bene cosa fosse quello che le stava succedendo, perché comunque si sentiva pienamente padrona delle proprie forze, e poi perché non era abituata ad essere preda di qualcuno; eppure, c’era qualcosa di nuovo che la scuoteva da dentro, dal magma incandescente delle  passioni nascoste, e che spingeva per venire fuori: un’ansia irrefrenabile, un fitto pulsare di vibrazioni nelle viscere, nel sangue, che somigliava alla morte.
   Fu all’improvviso che Marica capì, e in quel momento l’abisso dell’oceano in cui regnava si fece più buio ed enorme e freddo, e nulla fu più come prima.
   Capì che Xavier era simile a lei, che lo sguardo di lui si muoveva rapido e ansioso a caccia di nuove vittime, respingendo i sentimenti, scivolando nella penombra che pure era il suo regno.
   Capì che Xavier era lei.

IV

   Ci deve essere un senso in una storia d’amore.
   Chi ama si offre al dolore spontaneamente e uccide il piacere.
   E c’è un senso in tutto questo?
   Il guaio è quando due esseri simili, per nulla disposti ad amare, armati per respingersi, si specchiano l’uno nell’altro e, anziché sottrarsi al dolore, decidono che vale la pena morire per uno sguardo: del resto, nessuno sguardo conosce se stesso.
   E c’è un senso in tutto questo?

V

   Non fecero nulla per difendersi. Anzi.
   Marica pensava di essere arrivata all’ultimo capitolo del libro che scriveva da mille anni; quando guardava Xavier, da lontano, sapeva che era così anche per lui, e questo le andava bene, perché in qualche modo bisognava finire.
   Quel periodo fu lungo, lento e inesorabile, una stagione dopo l’altra in un mosaico informe, dai contorni rosso sangue, ma in fondo perfetto, perché alla fine ogni tessera si sarebbe incastrata nel posto giusto.
   Finite le schermaglie – fatte di tutto ciò che non serve, ma prepara, insinua, dispone occultamente trappole ed insidie – il duello ebbe inizio e fu fragoroso come un’insana passione.
   La vita per gli altri scorreva come sempre, e accanto a Marica si avvicendavano figure di contorno - immagini sbiadite che si credevano stelle e fari di un mare troppo grande, troppo incomprensibile per loro - , ma, dentro di lei, in ogni più intimo anfratto, c’era ormai Xavier che esplodeva.
   L’inverno ricoprì il mondo, e tutto fu spazzato via.
    Nella stretta dei corpi , Marica sentì per la prima volta di appartenere a qualcuno, di essere visceralmente di qualcuno che, in cammino verso la morte, stava per ucciderla e per morire.
   Ascoltò il sangue di Xavier pulsare in lei spietato; vide la propria immagine riflessa negli occhi di lui, luce contro luce, buio contro buio, nel corpo a corpo divorante, e finalmente capì che ciascuno uccide la cosa che ama.
   E poi, fu una sola luce – nero tutto intorno – un solo odore, un unico e infinito sguardo.
   Tutto qui.
   E tu, lettore, come ti difenderai, adesso, dallo sguardo di Marica?

14 commenti:

  1. Davvero molto, molto bello! Come tutto ciò che scrivi, d'altronde!

    Tiziana

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  2. Mordace,voluttuoso e incalzante...appassionante! Black Swan

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  3. Oggi è un gran giorno: finalmente sei dei nostri! Spero che continui a mandarci qualcosa di tanto in tanto.
    Enzo

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    1. lo farò senz'altro
      francesco

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  4. Non ci si deve difendere dallo sguardo di Marica, significherebbe decidere di "non" vivere per paura di morire ...... sei forte Francesco!
    Mari

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    1. Grazie per l'apprezzamento. A volte ci difendiamo senza saperlo. Francesco

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  5. "Per tutti la morte ha uno sguardo", ma "un unico e infinito sguardo" è un ossimoro retorico, l'illusione di fermare ciò che è già cambiato, un inganno dell'Eros, il saggio Eraclito direbbe: "TUTTO SCORRE", perchè ricordare ossessivamente fino allo sfinimento! (C. Pavese), lasciarsi attraversare dall' Eros, come anticamera del Nulla.

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  6. Strano!spesso si pensa che amore e morte siano due opposti in realtà forse hanno più in comune di quel che si pensa.Lo sguardo di Marica uccide,lo fa ogni volta che un uomo decide di fermarsi e non attraversare questo , accontentandosi forse di averlo semplicemente incrociato, almeno una volta; per questo ,per Marica ,il suo sguardo diventa arma,barriera,con questo mette alla prova la sue vittime facendole morire per l'incapacità che queste dimostrano, nel momento in cui: non sono in grado di tuffarsi fino in fondo nei suoi abissali occhi scuri.Il predatore(o meglio quello che credeva di esserlo!)diventa preda,si rende conto di essere vulnerabile,di esser niente in confronto a tutto quello che è nascosto negli occhi di Marica ,in quel momento si lascia morire per paura di annegarvici dentro.Arriva Xavier,con lui tutto è diverso!Sono entrambi,al tempo stesso,predatore e preda l'uno dell'altra,lo sentono ogni volta che in loro muore qualcosa:la paura di morire d'amore!Ho guardato nello sguardo di Marica, non ne ho potuto fare a meno e ho visto tutto questo,sono felicissima di aver conosciuto Marica,felicissima di aver letto questo racconto.Grazie!
    Giulia

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    1. Grazie a te per non aver temuto lo sguardo di Marica.
      Francesco

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    2. Strano! Ho guardato nello sguardo di Xavier, e non ho potuto farne a meno, grazie del racconto.
      Mario

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  7. Il tuo racconto è forte ed intenso, attraverso il gioco delle parole sei riuscito a trasmettermi tante emozioni.
    Alla domanda rivolta al lettore banalmente ma sinceramente rispondo: vale sempre la pena vivere l'amore anche se si corre il rischio di morirne.
    Loredana

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  8. Grazie per le belle parole.
    Francesco

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  9. Bello e misterioso il racconto perchè si offre a molteplici interpretazioni
    "Ciascuno uccide la cosa che ama": per me l'amore che uccide é l'incapacità di amare; chi uccide ciò che ama é una specie di vampiro, si nutre dell'altro per nutrire la propria anima esangue.
    "Chi ama si offre al dolore spontaneamente": amare è accettare la propria incommensurabile solitudine,tanto più amara nell'essere vicini; accettare l'infinita distanza che solo lo sguardo che contempla può abbreviare per un attimo. Sandra

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    1. Chi ama vuole tutto e non accetta le briciole. L'amore è avido.
      Francesco

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