lunedì 16 marzo 2026

Una lettura di Antonia Pozzi

 

di Gero Gaetani

Ventisei anni sono pochi. Una vita racchiusa in un arco di tempo così breve è una vita spezzata, interrotta forse, ma non incapace di lasciare un segno profondo, di suscitare un crescente interesse, quando si tratta di una poetessa e donna intensa come Antonia Pozzi. Il suo nome difficilmente lo si incontra nelle antologie letterarie, non compare nei testi scolastici. Nonostante una certa attenzione cresciuta negli ultimi decenni, la figura di Antonia Pozzi rimane confinata ad un ambito relativamente ristretto, fatto di studiosi, ricercatori e pochi sinceri estimatori. Il motivo non va cercato, a mio avviso, in una presunta inconsistenza letteraria, in un modesto spessore poetico, come porterebbe a pensare un volgare senso comune, ma alberga nella particolare sensibilità che esprimono tanto l’opera quanto la vita di questa donna. Un modo di “essere” che non può trovare facile accoglienza né comprensione nel mondo. Penseremo, nel mondo degli anni Venti del secolo scorso? Sotto l’incedere violento del Fascismo? No. Nel mondo degli esseri umani.

 Nata in un agiato contesto milanese il 13 febbraio del 1912 da Roberto Pozzi, avvocato molto in vista ma di umili origini, e Lina Cavagna Sangiuliani discendente da una famiglia di artisti e letterati, Antonia fu figlia unica. Ricevette una buona formazione, si mostrò precoce ed interessata allo studio, nel quale si immerse fin dalla più tenera età. Un importante avvenimento, per gli sviluppi che ebbe nella vita della ancora bambina Antonia, fu l’acquisto del padre, nel 1918, di una villa a Pasturo, in Valsassina, celebre luogo manzoniano; da quel momento la piccola vi trascorrerà le vacanze, verrà catturata dalle bellezze naturali di quei luoghi e comincerà a sperimentare un attaccamento viscerale alla natura circostante, la montagna. Ne coglierà asprezze, sinuosità, vitalità e grandiosità, instaurando talvolta un dialogo, testimoniato in diversi componimenti, impregnato di echi simbolisti. La montagna dunque diverrà ben presto la casa di Antonia, la palestra del suo delicato sentire. Se i genitori daranno una cornice affettiva sicura, è la nonna, la Nena, ad assumere il ruolo di figura intima e confidenziale, un rapporto certificato financo nell’ultima lettera, quella di commiato, che la poetessa indirizzerà ai suoi.

Il padre, convinto sostenitore del Regime (diverrà podestà di Pasturo) sarà anche il più grande oppositore dell’amore fra la figlia e Antonio Maria Cervi. Un amore sbocciato al liceo Manzoni di Milano dove Cervi insegnava latino e greco. La differenza di età fra i due, l’origine meridionale del professore e la differenza di ceto, indurranno Roberto Pozzi ad una dura opposizione. A complicare e ostacolare il rapporto sarà anche il diverso orientamento religioso: Antonia, pur mostrando una spiccata empatia, non riesce a sposare la fede e l’osservanza cattolica dell’amato, orgogliosamente pretende di seguire un suo autonomo cammino. Sono gli anni compresi fra il 1929 e il 1933, quelli in cui matura e svanisce allo stesso tempo la “Vita sognata”, la possibilità di un legame e il sogno di un figlio si dissolvono. Numerose le liriche che Antonia dedicherà all’angelo della sua vita, com’ebbe a definirlo in una lettera dell’11 gennaio 1930. È difficile stabilire dei punti fermi che possano rendere l’idea di cosa dovette essere concretamente quel  rapporto, sappiamo però che dopo il loro allontanamento Cervi si disinteressò ad ogni altra donna per il resto della sua vita e la nostra Antonia non trovò più un vero amore. La centralità della vicenda amorosa nella biografia della poetessa dev’essere interpretata come la forma, la più precisa forse, del suo sentire. L’occasione che le permette di esprimere la sua profonda singolarità proprio nel momento in cui il suo gesto assume il carattere più autentico ed universale dell’amore: il dono. Scriverà all’amica Lucia Bozzi nell’aprile del ’29: “io sono / una gemma pelosa / legata crudelmente con un filo di refe / perché non possa sbocciare / a bagnarsi di luce.”

Il potente anelito alla vita è soffocato, ella avverte una grande forza che proviene dal suo corpo giovanissimo. Il suo sbocciare va nella direzione dell’Altro, vuole farsi dono nella sua completa fisicità, “è terribile essere una donna e avere diciassette anni. Dentro non si ha che un pazzo desiderio di donarsi” afferma in una lettera del luglio dello stesso anno.

E la corporeità assurge a verità. Il corpo nudo si rivela l’essenza. Nel “Canto della mia nudità” (luglio ’29) troviamo questi versi: “Oggi, m’inarco nuda, nel nitore / del bagno bianco e m’inarcherò nuda / domani sopra un letto, se qualcuno / mi prenderà. È un giorno nuda, sola, / stesa supina sotto troppa terra, / starò, quando la morte avrà chiamato.” Il pensiero della morte è compresente alla voluttà del donarsi, la vita si estrinseca nella sua consapevolezza. Ma la dimensione del dono non si esaurisce nell’amore carnale, e nemmeno nella relazione a due, essa si incanala per diversi rivoli che sfociano nel prossimo. Sarà il desiderio di accarezzare “ogni fronte che dolga di tormento e di stanchezza” (aprile ’29), sarà la solidarietà che anni dopo porterà agli ospiti della casa degli sfrattati di piazzale Corvetto a Milano, perfettamente cosciente del suo stato di privilegiata. Raggiungerà  forse la vetta poetica nel componimento dedicato ad Antonio Cervi, “Solitudine”, dove scrive: “Ho le braccia dolenti e illanguidite / per un’insulsa brama di avvinghiare / qualchecosa di vivo, che io senta / più piccolo di me. Vorrei rapire / d'un balzo e poi portarmi via, correndo, / un mio fardello, quando si fa sera; / avventarmi nel buio, per difenderlo, / come si lancia il mare sugli scogli; / lottar per lui, finché mi rimanesse / un brivido di vita; poi, cadere / nella più fonda notte, sulla strada, /[…] ripiegarmi / su quella vita che mi stringo al petto - / e addormentarla – e anch’io dormire, infine… / No: sono sola. Sola mi rannicchio / sopra  il mio magro corpo.” Una volontà, un desiderio che Antonia cercherà di ripetere nel ’37 con quello che sarà il suo ultimo tentativo, seppur in tono minore e non ricambiata, di amare. In quell’anno si era avvicinata a Dino Formaggio, compagno di studi, del quale apprezzava l’impegno nel sociale, la storia non ebbe però alcuno sbocco sentimentale. La Pozzi studentessa si laurea nel ’35 a Milano, con una tesi su Flaubert e sotto la guida di Banfi.

Il filosofo non coglie però nella giovane il valore poetico e la disincentiva. Ma Antonia, pur avvertendo il peso dell’incomprensione persevera in ciò che sente fortemente come destino; nasce “Un destino”(13 febbraio ’35), la lirica che rappresenta la sua volontà di fare della poesia la massima forma espressiva di sé, una  “gioia di continuare sola / nel limpido deserto dei tuoi monti / ora accetti / d’esser poeta.” Il limpido deserto, paesaggio dell’anima, è l’elemento entro il quale vive ormai un’anima sempre più rassegnata. La solitudine accompagna come un’ombra funerea ogni slancio vitale, è la resa, un cadere d’uccelli le cui ali non reggono, ma che hanno tentato in ogni modo di rimanere in cielo, travolti da “l’onda del tempo” (Vita, 18 agosto ’35). “Fine di una domenica” scritta nel maggio del ’37, segnerà il tramonto della speranza di amare, che è poi il tentativo di spezzare la solitudine esistenziale, della quale ormai si avverte il terribile peso. Oggetto poetico diverranno le preoccupazioni che Antonia Pozzi nutre verso i destini della “Terra” (novembre ’37), le guerre in Oriente (Manciuria), la guerra civile spagnola, i caduti; prima ancora è disgustata dal trionfalismo della conquista dell’Etiopia e degli eccidi compiuti (Le donne, ottobre ’35). Ella non aveva conosciuto il Fascismo, se non al riparo della sua posizione. Il padre era stato il veicolo di una narrativa edulcorata e menzognera, nonché beneficiario del Regime. Se la ragazza potè scrivere una poesia non certo di condanna, datata tra il’32 e il ’33, intitolata “Il capo” lo si deve certamente a questo, ma crediamo anche, coerentemente con la sua indole, che il fascino del “capo” si legava al senso di unità che Mussolini propagandava, un richiamo al comunitarismo antiliberale, tipico dello stato etico, un languore che sicuramente toccava nel profondo e poteva indurre gli ingenui a cedere, oltre ogni evidenza, ad una promessa di appartenenza, un antidoto all’isolamento dell’individuo che le dinamiche delle società liberali andavano realizzando. Eppure Antonia dovette prendere coscienza, tardiva certo, della vera natura del Fascismo con la promulgazione delle leggi razziali nel’38. Il clima politico e sociale sempre più oppressivo agisce sulla sensibilissima natura di Antonia, accelera il suo pessimismo spingendola  verso la decisione tragica di togliersi la vita. I primi di dicembre di quello stesso anno, dopo aver salutato i suoi alunni all’Istituto Schiaparelli di Milano, ingerisce una miscela letale di barbiturici. Un epilogo che pare il punto di arrivo di un processo, non invece un gesto di estemporanea disperazione. Questo il congedo: «ciò che mi è mancato è stato un affetto fermo, costante, fedele, che diventasse lo scopo e riempisse tutta la mia vita. […] Fa parte di questa disperazione mortale anche la crudele oppressione che si esercita sulle nostre giovinezze sfiorite. […] Direte alla Nena che è stato un male improvviso, e che l’aspetto. Desidero di essere sepolta a Pasturo, sotto un masso della Grigna, fra cespi di rododendro. Mi ritroverete in tutti i fossi che ho tanto amato. E non piangete, perché ora io sono in pace. La vostra Antonia».

Non è l’abbandono di un disperato, è vitalismo negato dalla sorte, resistenza ad un mondo complice della barbarie storica e opposizione alla universale condizione umana. Amare o morire, tertium non datur. La morte, intravista da tempo come scelta, diventa suprema validazione di coerenza che rende la parola poetica pesante portatrice di verità vissuta, libera l’arte dal sospetto di inautenticità nel momento stesso in cui ne testimonia la completa aderenza alla vita, anzi al dolore di cui è portatrice la vita. Di caduti nella ricerca di autenticità, falciati dalla solitudine, è pieno il pantheon letterario. E Antonia Pozzi vi merita sicuramente un posto. 

Per un approfondimento:

http://www.antoniapozzi.it;

Antonia Pozzi. “Parole. Tutte le poesie” a cura di Graziella Bernabò e Onorina Dino, 2015.

 

Gero Gaetani                                                                                                   15/03/2026


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