di Daniela Palumbo
Il concetto di fedeltà è troppo spesso associato quasi esclusivamente al rapporto di coppia, al legame coniugale, alla monogamia. Esiste una fedeltà genuina, autentica, che spinge l'essere "umano", uomo o donna che sia, a rimanere legato a qualcosa, nell'intimo e a livello inconscio: è il luogo che abbiamo abitato e che ci abita nel profondo; è la casa natale.
Scrive Gaston Bachelard nel suo saggio "La poétique de l'espace": "la maison natale est physiquement inscrite en nous". È incisa in noi, la casa dell'infanzia, quella che ci ha accolto sin dalla culla, spazio circoscritto e stabile contrapposto alla vulnerabilità del tempo bergsoniano. Parte integrante non soltanto della nostra memoria - e oltre la memoria, fino all'onirismo e alla fantasticheria, la "rêverie" - ma del corpo tutto intero, dei sensi, compreso il "tatto inconsapevole" ("malgrado tutte le scale anonime...non inciamperemmo sul gradino alto della "prima scala") e gli automatismi ad esso connessi. Membro delle nostre membra, intrecciato con le fibre e i nervi, in modo indissolubile. Strettamente connesso al vincolo materno, viscerale e primitivo, e al contempo legato ad una verticalità mascolina, dalla "cave" al "grenier", coniugando stabilità e dinamismo, la "stanza", il rifugio per eccellenza, assume i tratti dell'unicità e della costanza, tracciando una linea immaginaria e ininterrotta tra passato, presente e futuro. Ragione per cui "la casa è una e tutte le altre non sono che variazioni del tema", espressione massima di fedeltà, in senso assoluto.
Eppure, il seme delle origini assorbito dal nostro essere, incorporato e talora espresso attraverso le "abitudini organiche", ricorrendo al lavoro immateriale della memoria e dell'immaginazione, sovrappone piani su piani sino a formare un'architettura fantastica, e non sempre "fedele" all'originale, se di originale si può parlare, in senso stretto. Il retaggio della casa è un'eredità suscettibile di molteplici rimaneggiamenti e proiezioni dell'interiorità: la rievocazione della prima dimora non è quasi mai una versione "veritiera" - riproduzione esatta, da "storico", dei luoghi del passato - e rappresenta, piuttosto, una rivisitazione "poetica" degli stessi, frutto di un sodalizio tra memoria e immaginazione. Abdicare del tutto al ruolo di storico a favore della funzione di poeta e viceversa, non aiuta a mantenere intatto il legame che ci tiene tanto fissati alle origini quanto protesi a perpetuarle nello spazio, o negli spazi successivi. Reale e virtuale si fondono come corpo e spirito in ciascun essere vivente. Come l'amore vissuto e sognato, e rivissuto attraverso i ricordi. I propri ricordi. Ma anche quelli di altri, che trasmettono la propria esperienza, rivelando la propria "camera" - il nido -, traducendola in prosa, o in poesia persino. Così tutto "risuona"; si aprono le porte del sogno, un flusso inesauribile. E, suggerisce Bachelard, se voi dite o scrivete di lei, spinti da un istinto irrefrenabile, gravidi di nostalgia, "il lettore non ascolta più la vostra camera, ma rivede la sua". Unica e indimenticabile.

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