di Francesca Saieva
Germania 1949, Francoforte-Weimar, Ovest-Est, Stati Uniti-Unione Sovietica si 'contendono' il premio Nobel Thomas Mann (dopo l'esilio).
Questo lo spazio geo-politico, voluto da Pawlikowski, come sfondo al film Fatherland (‘capitolo’ conclusivo della sua trilogia sul ‘900). Un 'non luogo' (Terra senza patria) – svuotato fino al midollo dagli orrori della storia – nel lungo viaggio (per la cerimonia di consegna del premio Goethe a Mann) di Thomas ed Erika (rispettivamente Hans Zischler e Sandra Hüller, un padre e una figlia nel loro rapporto irrisolto). Destinazione: Francoforte-Weimar.
Un viaggio doloroso e iniziatico, apre all'Interrogativo: le colpe dei padri ricadono sui figli?
Tra Erika e Thomas un'ombra, quella di Klaus (altro figlio di Thomas, morto suicida).
Brandelli di
esistenze, anime vaganti intessono la trama al suono di un mantra ama la vita, odia il passato e lascialo alle spalle. Un'eco benjaminiana?
Sì, perché l'angelo della Storia,
inorridito l'occhio, incede, proteso in avanti, nella fioca luce della
speranza, spiega le ali seppur impigliate nei rovi del tempo.
Le immagini,
così, scorrono lente, immortalando l'attimo della redenzione – Jetztzeit – e nel bianco e nero (scelta stilistica per
tutta la 'durata' del film) risiede l'immobilismo fisico e mentale di un padre
e di una figlia.
Fatherland (miglior regia al Festival di Cannes 2026, candidato come miglior film
internazionale agli Oscar), 82 minuti d'introspezione senza tregua
(guai a 'interrompere' la suspense del non detto!), un fitto ritmo dialogico,
non orpelli piuttosto spartana essenzialità. Sì, Fatherland è un film stilisticamente essenziale nel dettaglio di
forme simboliche: foglie autunnali per la caducità della vita; statue avviluppate
dal vento (ente temporale), ricoperte di foglie nell'immobilismo di vite
sospese – ancora una volta Jetztzeit –
(nel giardino le statue si sottomettono ai dettami della Stagione); le foglie
sono mute, non più vento, non più rumore nell'addio finale, irrompe il silenzio
assordante della morte di Klaus (esteta irredento); un coro di bambini per la
pace futura – eppure Mefistofele, in
agguato, fa la sua 'comparsa' –; l’organo suona la musica di Bach, l'umano-divino, nell'avvenuta espiazione della colpa (il pianto benefico non
dello scrittore ma dell'uomo); incalzante, però, si fa il ritmo monocorde
dell'applauso sulle parole più belle pronunciate da Mann "l'io si fonde
con l'umanità". Parole svilite, annientate. Forse...non più
possibile la Bellezza.
Un film
visionario che restituisce identità all'opera d'arte, nel suo svelarsi in sé e
per sé. Se la filosofia è dialettica – dice Mann – la poesia è visionaria. Così Thomas Mann-Wolfgang
Goethe, l'uomo e lo scrittore, sanno che l'arte erige ponti, attraversa la
soglia dell'infinito limite. Perché all'arte è concesso l'oblio del Tempo e
dello Spazio, non come negazione della Storia, piuttosto rielaborazione degli
stessi. Leggere la storia attraverso l'arte, dare 'slancio alla vita'… aprire
al futuro.
Un ibrido Fatherland, della migliore tradizione
cinematografica (cinema d’autore dilatato che riecheggia Bergman, Tarkovskij
e Wenders); un ibrido fortemente filosofico: legno storto incedere eretti,
una sorta di monito kantiano per l'umanità che verrà. Un film citazionale,
dunque, non nella forma, ma nel contenuto (Kant, Goethe, Hegel, Nietzsche
Bergson e Benjamin si mescolano, a tratti, manifestandosi all'occhio più
attento) e la memoria collettiva deve fare i conti con la
non-ideologia (poiché svuotata di senso), con lo Stato e la sua impasse: la patria 'estranea'. Così
l'intellettuale vive la crisi nella liminalità tra privato e pubblico. E le
colpe di un tempo ricadono sull'oggi. Ma la catarsi è ancora
possibile, smascherare le radici del dolore.
La musica
compie il suo miracolo. Istintiva, commuove, redime e apre al nuovo. Bach
e Wagner si 'alternano' se non materialmente, 'dialetticamente', perché
dialettico è il divenire della musica. Bach (tra i due) ha il sopravvento,
immortale è la sua arte; in una chiesa semidistrutta dalla guerra, l'organo
suona Jesus bleibet meine Freude.
Tutto è ormai compiuto (le lacrime scendono sul volto di Thomas); è tempo di
ritornare – Jetztzeit –. Andiamo a casa, papà – dice la figlia – dov'è casa? – risponde il padre.












