venerdì 6 novembre 2026

Fatherland


 

di Francesca Saieva

Germania 1949, Francoforte-Weimar, Ovest-Est, Stati Uniti-Unione Sovietica si 'contendono' il premio Nobel Thomas Mann (dopo l'esilio). 

Questo lo spazio geo-politico, voluto da Pawlikowski, come sfondo al film Fatherland (‘capitolo’ conclusivo della sua trilogia sul ‘900). Un 'non luogo' (Terra senza patria) – svuotato  fino al midollo dagli orrori della storia – nel  lungo viaggio (per la cerimonia di consegna del premio Goethe a Mann) di Thomas ed Erika (rispettivamente Hans Zischler e Sandra Hüller,  un padre e una figlia nel loro rapporto irrisolto). Destinazione:  Francoforte-Weimar.

Un viaggio doloroso e iniziatico, apre all'Interrogativo: le colpe dei padri ricadono sui figli? 

Tra Erika e Thomas un'ombra, quella di Klaus (altro figlio di Thomas, morto suicida). 

Brandelli di esistenze, anime vaganti  intessono la trama al suono di un mantra ama la vita, odia il passato e lascialo alle spalle. Un'eco benjaminiana? Sì, perché l'angelo della Storia, inorridito l'occhio, incede,  proteso in avanti, nella fioca luce della speranza, spiega le ali seppur  impigliate nei rovi del tempo. 

Le immagini, così, scorrono lente, immortalando l'attimo della redenzione – Jetztzeit – e  nel bianco e nero  (scelta stilistica per tutta la 'durata' del film) risiede l'immobilismo fisico e mentale di un padre e di una figlia.

Fatherland (miglior regia al Festival di Cannes 2026, candidato come miglior film internazionale agli Oscar), 82 minuti d'introspezione senza  tregua (guai a 'interrompere' la suspense del non detto!), un fitto ritmo dialogico, non orpelli piuttosto spartana essenzialità. Sì, Fatherland è un film stilisticamente essenziale nel dettaglio di forme simboliche: foglie autunnali per la caducità della vita; statue avviluppate  dal vento (ente temporale), ricoperte di foglie nell'immobilismo di vite sospese – ancora una volta Jetztzeit – (nel giardino le statue si sottomettono ai dettami della Stagione); le foglie sono mute, non più vento, non più rumore nell'addio finale, irrompe il silenzio assordante della morte di Klaus (esteta irredento); un coro di bambini per la pace futura – eppure  Mefistofele, in agguato, fa la sua 'comparsa' –; l’organo suona la musica di Bach, l'umano-divino, nell'avvenuta espiazione della colpa (il pianto benefico non dello scrittore ma dell'uomo); incalzante, però, si fa il ritmo monocorde dell'applauso sulle parole più belle pronunciate da Mann "l'io si fonde con l'umanità". Parole svilite, annientate. Forse...non  più possibile la Bellezza.

Un film visionario che restituisce identità all'opera d'arte, nel suo svelarsi in sé e per sé. Se la filosofia è dialettica – dice Mann – la  poesia è visionaria. Così Thomas Mann-Wolfgang Goethe, l'uomo e lo scrittore, sanno che l'arte erige ponti, attraversa la soglia dell'infinito limite. Perché all'arte è concesso l'oblio del Tempo e dello Spazio, non come negazione della Storia, piuttosto rielaborazione degli stessi. Leggere la storia attraverso l'arte, dare 'slancio alla vita'… aprire al futuro.

Un ibrido Fatherland, della migliore tradizione cinematografica (cinema d’autore dilatato che riecheggia Bergman, Tarkovskij e Wenders); un ibrido fortemente filosofico: legno storto incedere eretti, una sorta di monito kantiano per l'umanità che verrà. Un film citazionale, dunque, non nella forma, ma nel contenuto (Kant, Goethe, Hegel, Nietzsche Bergson e Benjamin si mescolano, a tratti, manifestandosi all'occhio più attento) e la memoria collettiva deve fare i conti  con la non-ideologia (poiché svuotata di senso), con lo Stato e la sua impasse: la patria 'estranea'. Così l'intellettuale vive la crisi nella liminalità tra privato e pubblico. E le colpe di un  tempo ricadono sull'oggi. Ma la catarsi è ancora possibile, smascherare le radici del dolore.

La musica compie il suo miracolo. Istintiva, commuove,  redime e apre al nuovo. Bach e Wagner si 'alternano' se non materialmente, 'dialetticamente', perché dialettico è il divenire della musica. Bach (tra i due) ha il sopravvento, immortale è la sua arte; in una chiesa semidistrutta dalla guerra, l'organo suona Jesus bleibet meine Freude. Tutto è ormai compiuto (le lacrime scendono sul volto di Thomas); è tempo di ritornare – Jetztzeit –.  Andiamo  a casa, papà – dice  la figlia – dov'è  casa? – risponde  il padre.

lunedì 2 novembre 2026

Noi, un pò meglio


 di Daniela Palumbo

"Noi, un po' meglio", il film di Daniele Luchetti presentato alla festa del cinema di Roma, è la storia di due persone comuni - Simone e Lucia, il pompiere e l'infermiera, interpretati da Elio Germano e Maria Chiara Giannetta - che qualcuno avrà chiamato "eroi" del quotidiano. 

lunedì 26 ottobre 2026

Aria di famiglia

 

di Daniela Palumbo


"Aria di famiglia", titolo originale "Un air de famille", è un film del 1996 diretto da Cédric Klapisch, tratto dall'omonima pièce de théâtre firmata Bacri-Jaoui. 

mercoledì 21 ottobre 2026

Dio ride

di Francesca Saieva

Tutti abbiamo  lo sperduto dentro, così 'proferisce' Pierfrancesco Favino (nei  panni di frate Leopoldo da Casamacchia) nel  bel mezzo di un dialogo con Silvio Orlando alias Cardinale Maculani (figura di rilievo della Santa Inquisizione). Dio ride (ambientato in pieno Seicento) ultimo film di Giovanni Veronesi,  presentato in anteprima nazionale (in varie città italiane – qualche  giorno fa a Palermo), sarà nelle sale cinematografiche a partire dal 29 ottobre.  

lunedì 19 ottobre 2026

Moralia 13

 


di Enzo Barone


Il mondo è avviato inesorabilmente verso una nuova era, l’era del transumanesimo. Per me è una certezza quasi apodittica. La Biennale d’arte di Venezia 2022 coltivava con voluta ambiguità, e in parecchie sue opere, questa idea.

domenica 18 ottobre 2026

Recensione del film "...che Dio perdona a tutti"

 


di Daniela Palumbo


"che Dio perdona a tutti" è il titolo di questo film di Pif all'apparenza leggero, dove sensualità e gola si uniscono in un connubio già noto alle pellicole cinematografiche di vario genere, e il tutto viene sublimato in una sfera pseudo religiosa che sfiora appena la dimensione autenticamente spirituale. 

giovedì 15 ottobre 2026

Un altro anno

 

di Gero Gaetani


Chiusi gli orizzonti, vivono i ricordi.

Voci nette si stagliano, contrastano

cariche la garrula d’intorno

e percuotono il cammino.

Raggiungere la vetta

incontaminata

della solitudine, e da lì

immaginare l’autentico.

In questo esercizio,

quel che rimane della felicità.


lunedì 12 ottobre 2026

The Echo Chamber

                                    


di Francesca Saieva

Cos'è realmente un'echo chamber? Di certo, se lo è chiesto anche Bernando Bertolucci, quando, nel 2018, decide di scrivere, con la collaborazione di Ilaria Bernardini e di Ludovica Rampoldi, la sua ultima sceneggiatura. Progetto rimasto incompiuto (a causa della malattia e della morte del regista) fino al 2026.

sabato 10 ottobre 2026

Non è l'alba


di Daniela Palumbo


 Non è l'alba, il vero.

Questa luce in fasce

che inganna 

d'un pianto senza pena.

È la notte.

La traccia scura del sentiero

che scuciva la pelle.

Ritorna.


Ricordi?

Senza un fiato diverso

più delle spine

tagliavi il dolore

venerdì 2 ottobre 2026

Sei qui?

                                                                                  


 Di Daniela Palumbo


Sei qui? sfogli con me

le pagine.

D'un dito invisibile

che neppure è ombra.

Solo sussurri 

pensieri informi restano di te

covano sotto le braci

e sono cenere

e mai giungeranno in mare.

È arso

il filo d'erba che annoda l'anima 

la tua

a quelle d'altri che pensavi affini,

ciascuno è solo su questo scampolo di vita. 

Un malinteso.

venerdì 31 luglio 2026

La pelle



 di Daniela Palumbo


Non sei la fune

allacciata ai remi

stretta

all'incostanza dei venti.

Nel raggio impietoso

del giorno 

nell'onda buia incolore.


Sei un filo dei miei capelli

ora tuo, tra i miei.

Scivolando lungo la schiena

resta 

come labbra di neonato 

attaccate alla pelle che le conduce 

altrove e verso sé

la pelle che sola riconoscono

giovedì 23 luglio 2026

Morte segreta



di Daniela Palumbo


Su quel muro 

che il tempo non ha conservato 

intatto

non scorrerà il pianto

né vedrai trasudare sorrisi.


Asciutti come pietre 

giù sul selciato batteranno i passi

sempre uguali saranno respiri 

che s'aprono e si chiudono

come petali che sanno

di dover morire.

Ridare la voce siciliana a Jacopo da Lentini: Gaetano Cipolla pubblica una ritraduzione dei sonetti del “notaro”


A distanza di otto secoli dalla nascita della Scuola Siciliana, Jacopo (o Giacomo) da Lentini torna idealmente a parlare nella lingua della sua terra, nella sua lingua materna: il siciliano. È questo l’obiettivo del nuovo volume “Giacomo da Lentini’s Sonnets Retranslated into Sicilian”, curato e tradotto da Gaetano Cipolla e pubblicato da qualche mese da Legas Publishing di New York. «II fatto che i poeti della Scuola Siciliana parlino toscano è una cosa non accettabile dal mio punto di vista – afferma Cipolla – Il mio progetto è stato quello di ridare a Giacomo da Lentini la lingua nativa». Il libro, di ottanta pagine, si apre con la riproduzione di una pagina manoscritta contenente l’incipit della celebre canzone Madonna, dir vo voglio, offrendo fin dalle prime pagine una suggestiva immersione nelle origini della poesia in Italia. I testi sono presentati in tre versioni: siciliano, inglese e “toscano”, consentendo al lettore di confrontare direttamente le diverse tradizioni linguistiche.

venerdì 10 luglio 2026

Questo cielo

 


di Daniela Palumbo


Ora sorride

con te 

ogni angolo di cielo.


Questo cielo

gremito di luci carico

di voci antiche e sempre nuove.


Tornano come buoi 

aggiogati al carro

come uccelli che fanno ritorno 

nella notte 

mentre Venere si specchia

nel sole che non vedi.


Ogni cosa è al suo posto