di Francesca Saieva
Tutti abbiamo lo
sperduto dentro, così 'proferisce' Pierfrancesco
Favino (nei panni di frate Leopoldo da
Casamacchia) nel bel mezzo di un dialogo
con Silvio Orlando alias Cardinale
Maculani (figura di rilievo della Santa Inquisizione). Dio ride (ambientato in pieno Seicento) ultimo film di Giovanni
Veronesi, presentato in anteprima nazionale (in varie città italiane – qualche
giorno fa a Palermo), sarà nelle sale
cinematografiche a partire dal 29 ottobre.
Film dall'impatto emotivo, prima per immagine e poi
per parola. Fotografia, luoghi delle riprese (campagna toscana con
pennellate umbro-laziali) e sonorità predispongono, da subito, lo
spettatore all'ascolto visivo, quasi a localizzare geografie dell'anima
(a tu per tu così come fanno Leopoldo e Maculani) nel naturalismo panteistico dell'Uno-Tutto.
Grande interpretazione quella di Favino e Orlando.
Un mix ben riuscito che compensa e supera (tanto da
non accorgersene, tanto si empatizza con i personaggi) una struttura
storico-narrativa a tratti 'fragile'. Ma "Dio ride" non è un
film storico e soprattutto non vuole esserlo. Il rogo, la persecuzione,
l'eresia, l'Inquisizione, la tortura sono nel film immagini 'sfocate'. Le scene
si susseguono a mo' di scala e ogni volta che la commozione raggiunge l'apice
(o quasi), si torna indietro pronti per un'altra 'salita' (altro giro... altra
corsa). Un cammino 'interrotto' dove la discontinuità spinge lo spettatore a
focalizzare l'attenzione su Leopoldo da Casamacchia (un nome per tutti e per
nessuno), homo doloris nella decreazione che guida a non essere niente e nessuno. "Se il
grano non muore... Deve morire per liberare l'energia che porta in sé perché se
ne formino altre combinazioni. Analogamente, noi dobbiamo morire per liberare
l'energia 'schiava dell'attaccamento' "(S. Weil). Leopoldo da Casamacchia
abita il 'vuoto', quello dell'accoglimento
della grazia. Quella grazia che si manifesta anche nel riso come quietivo
della sofferenza (riso quale immagine improbabile e perturbante nella Chiesa
del '600, ancorata a un certo conservatorismo medievale). Peste, superstizione,
blasfemia, patriarcato, vita monastica fanno da sfondo alla genuinità del
protagonista, alla croce con il sorriso.
Il messaggio, così, arriva immediatamente, lo
spettatore empatizza con il personaggio, perché Leopoldo da Casamacchia è
l'uomo ‘Qualunque' che nella grotta-spelonca si fa soggetto ‘Singolare’ nella
comunicazione d'Esistenza, nell'autenticità irrazionale della fede, nella
proiezione del e sul divino. È l'uomo senza passato, con il suo sperduto dentro, che non può che scegliere se stesso nel
rapporto esclusivo con Dio. Ma è anche l'uomo che rinuncia a se stesso, perché,
come sa bene anche il Cardinale Maculani (nonostante le scelte di vita), “la
giustizia è al di fuori dell'economia del potere” (Byung-Chul Han). La forza
del riso di Leopoldo è il suo essere genuino, la libertà è la sua
condizione. Frate Leopoldo da Casamacchia, sembra mantenere un filo diretto tra
interno ed esterno, tra vissuto personale e narrazione del mondo, una
continuità, però, spezzata nell'epilogo del film (lo sguardo di
Leopoldo è cambiato nell'attimo in cui la pena corporale rende ancora più viva
la ferita dell'anima). Leopoldo è il Puer
Aeternus, non conosce il male, non vive di 'filtri' ma incede
selvaticamente. Centrali nel film i dialoghi tra Maculani e Leopoldo, due
nature diverse per due vite parallele, entrambe, però, consapevoli del
valore della libertà (chi nella rinuncia, chi nella accettazione). "Dio
ride" è un film ‘esigenziale’, perché dell'Ascolto. Un film sull'etica
dell'Altro, sulla ricerca del Qualunque “sperduto dentro” troppo
umano. Impossibile non riconoscerlo.
Buona visione, allora! Perché “ogni essere grida in
silenzio per essere letto altrimenti" (S. Weil).












