di Daniela Palumbo
a svernare tra le foglie,
libertà.
Colori nuovi vestono le antiche nature.
Non sa
se tornerà primavera.
Spazio per mettere in circolo idee, discussioni, opinioni, prodotti letterari, riflessioni a voce alta riguardo alla cultura e alla storia contemporanea. Con un fortissimo richiamo alla realtà della città di Palermo.
di Daniela Palumbo
di Daniela Palumbo
Quanto timore.
Per quella luce in cima alla lenza
nel buio che cancella l'orizzonte.
Come nel mare orfano d'azzurro
dove il piede sfiora appena la sabbia.
Eppure
per mille notti ancora si farà terra l'acqua
e cieco il pescatore.
Tacerà il mondo.
di Daniela Palumbo
Le tue rughe,
solchi benigni.
Vie dell'acqua
che la sabbia non copre
né l'afa prosciuga.
Ti vedo
e lenta si calma la sete
e mi smarrisco
come chicco germinato
dentro le tue pieghe.
Letti angusti
dove riposa il mio sguardo
di Daniela Palumbo
di Daniela Palumbo
Cerco un linguaggio nuovo
dove lingue non esistono
senza punti da scavalcare
cerco una culla
di piccoli versi
come canti intonati alla luna
o come allodole all'alba
vorrei salire su per scale
di infinite ottave
passeggiarvi ogni dì
tenace
come il richiamo del muezzin
stabile come l'angelus al rintocco
e lì restare a reimparare i primi passi.
Aspettando le ali.
di Daniela Palumbo
di Daniela Palumbo
Occhi come calce viva
su questa terra abbandonata
che non è campo e non è isola
nuda di frutti spoglia di sale.
Occhi come spighe al vento
semi si disperdono
lungo questa terra né campo né isola
che sogna spiagge di grano
di Daniela Palumbo
Sonnambula nelle notti
dei finti risvegli
proseguo il cammino.
Un passo dopo l'altro
gli occhi bendati
lungo le mura senza più
sentinelle.
Non vogliono sguardi nuovi
le vie che ho disegnate nella mente
curve di ardore soste di trincea
sentieri battuti.
Che importa che sia falsa luce
come di astri spenti che la morte non ha cancellato.
Da quaggiù è ancora bellissimo.
di Daniela Palumbo
Di là dal confine
di Daniela Palumbo
Lo vedo io soltanto?
Questo profilo che dal nulla compare,
le curve del mento ancora troppo
conosciute,
più vero del vero
in questa scala vuota.
Che più di me
e di te insieme
conserva il ricordo
dei giorni in cui credevo
di essere tornata per restare
di Daniela Palumbo
Non avrà occhi
il corpo.
Saranno fuori
accanto alla carne accesa
gli sguardi socchiusi di chi non può vedere.
Eppure
s'innesteranno come semi piantati a forza
e a forza trattenuti,
le braccia mosse da sorde cantilene
che crederemo di avere scelto
di Daniela Palumbo
Non è vuoto, il silenzio.
Odore crudo salmastro strappato a sera
a labbra immobili.
È suono di catene che si spezzano
all'infinito lasciando
ferma inchiodata l'ancora sui fondali.
Ventisei anni sono pochi. Una vita racchiusa in un arco di tempo così breve è una vita spezzata, interrotta forse, ma non incapace di lasciare un segno profondo, di suscitare un crescente interesse, quando si tratta di una poetessa e donna intensa come Antonia Pozzi. Il suo nome difficilmente lo si incontra nelle antologie letterarie, non compare nei testi scolastici. Nonostante una certa attenzione cresciuta negli ultimi decenni, la figura di Antonia Pozzi rimane confinata ad un ambito relativamente ristretto, fatto di studiosi, ricercatori e pochi sinceri estimatori. Il motivo non va cercato, a mio avviso, in una presunta inconsistenza letteraria, in un modesto spessore poetico, come porterebbe a pensare un volgare senso comune, ma alberga nella particolare sensibilità che esprimono tanto l’opera quanto la vita di questa donna. Un modo di “essere” che non può trovare facile accoglienza né comprensione nel mondo. Penseremo, nel mondo degli anni Venti del secolo scorso? Sotto l’incedere violento del Fascismo? No. Nel mondo degli esseri umani.