di Daniela Palumbo
"Le sage ne rit qu'en tremblant", il saggio ride tremando, si legge nell'essai di Baudelaire "De l'essence du rire": una massima che suona tanto più rilevante e universale quanto più l'autore si adopera per rintracciarne la paternità, che pare gli sfugga.
Il punto è chiedersi, in primo luogo, chi può fregiarsi del titolo di "saggio", ovvero chi potrebbe legittimamente essere riconosciuto come tale; in secondo luogo, individuare la vera natura del riso ed il suo nesso eventuale con quel vacillare, timoroso e temuto, che la citazione richiama alla mente, in quanto movimento inverso alla serena compostezza che si addice all'uomo savio.
Partendo dal presupposto che non può dirsi saggio - o "illuminato" - chiunque creda di poter interpretare in piena autonomia e in modo incontrovertibile la psiche umana, il mondo, il bene e il male, ecco che si impone la scomoda evidenza, esaminata e "messa in scena" da Camus nel suo romanzo "La chute": l'uomo apparentemente avveduto, in grado di agire secondo correttezza e raziocinio, assume spesso nei confronti dei propri simili ("Et vous, mon cher compatriote") la veste del giudicante; tendenza talvolta dissimulata o contenuta da tentativi di autoanalisi e di autoconfessione. Da qui la figura del "juge - pénitent": spostando la prospettiva dall'alto verso il basso e viceversa, ovvero simulando una retrocessione allo stato di "colpevole" - consapevole delle proprie mancanze - per poi ascendere nuovamente alle alte sfere del giudizio, di fatto l'individuo rivive - con effetto elastico, si direbbe in psicologia - la caduta primigenia ("la chute ancienne"), seppure ormai privo di quel "candore" che accompagnò, nella notte dei tempi, la perdita del paradiso. Il riso che si associa allo "spettacolo della caduta" - la propria e quella d'altri - sotto le mentite spoglie dello scherzo innocuo o dell'autoironia - è ciò che può definirsi in qualche modo "diabolico" ("idée de supériorité", "idée satanique"). E finisce per deformare i tratti del viso, la fisionomia, così come viene rappresentato, ne "L'uomo che ride" di Victor Hugo, il ghigno perenne conseguente ad uno sfregio subìto.
La conoscenza di sé - il più delle volte parziale se non fallace - diventa, in realtà, nuova vetta, punto di osservazione privilegiato da cui l'essere, pur precipitando coscientemente e temporaneamente verso la terra, il suolo, si mantiene di fatto collocato al punto di partenza, in cima. E da lì, lasciando che "sussista il sussistente", preserva inalterata la propria condizione di giudicante. Impossibile da smontare o disinnescare. Se non con un "sourire double", un riso duplice, esterno e insieme insito alla persona stessa. Vero e inquietante, puntuale e imponderabile. Come quello che Clamence, "eroe" de "La chute" (vox clamantis in deserto?), riesce a intravedere per pochi attimi riflesso nello specchio, proiettato e sovrapposto alla propria immagine/effige. Oppure sente echeggiare alle proprie spalle, lungo il fiume, dove quella nuca di donna - che lui, uomo "virtuoso", non salvò dalla notte più scura - senza occhi né labbra, tacitamente, urla ancora.

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