sabato 31 gennaio 2026

Esprimersi in poesia

 

di Daniela Palumbo

Esprimersi in poesia, o attraverso la poesia, è un modo per conoscere se stessi? Conoscersi come neppure la psicologia, le scienze umane potrebbero indurre a fare? Poiché, inversamente, disconoscere se stessi potrebbe coincidere con la tendenza ad assumere ciò che altri per conto nostro (e talora a nostra insaputa) presumono come "vero", a un livello definito "inconscio". Traumi, reali o presunti, e ossessioni di vario genere sono quasi sempre indicati come spazi vuoti e fallaci, cui mi piace associare l'immagine delle pietre d'inciampo, non so bene perché. A questi  viene attribuita la "colpa", o nel migliore dei casi la "responsabilità" (nel peggiore, associata al sentimento della "vergogna"); ad essi si fa risalire l'origine del mancato épanouissement - nel senso simbolico di "fioritura", crescita piena, completa.

Interpretare - o reinterpretare - il proprio passato, sino a raggiungere la "consapevolezza" auspicata o prescritta dalla psicanalisi; pianificare o progettare (termine, quest'ultimo, apparentemente più innocuo, meno invasivo) il futuro, un certo tipo di futuro,  rappresenterebbero la direzione prosaica e prosastica da fornire agli individui in epoca moderna; direzione - o direttiva - che solo in apparenza trascenderebbe il concetto (e l'opposizione manichea) di Bene e Male, di giusto e sbagliato, anche laddove questo pretenda di essere scevro da condizionamenti di matrice religiosa, in una presunta visione laica, filosofica.

Nel suo saggio "La letteratura e il male", Georges Bataille, a proposito di Baudelaire e della sua visione poetica, osservata anche attraverso lo sguardo critico di Sartre, attribuisce agli "oggetti poetici" una funzione illuminante sebbene ricoperta di mistero, di cui non sempre il lettore (né forse lo stesso poeta) è consapevole: il significato di tali "oggetti" non è il rimpianto del passato ("non è poetico l'oggetto rimpianto quanto l'espressione del rimpianto stesso") né la determinazione del presente per mezzo del futuro, "dell'esistente per mezzo di ciò che non esiste ancora" (la freccia che indica la strada alla quale conduce è l'esempio forse più vivido a tal proposito). Lo è - il loro "significato", appunto - ciò che viene riconosciuto dallo stesso Sartre come loro unica "missione", ovvero il fatto di poter offrire al poeta "l'occasione di contemplarsi mentre li vede". E attraverso la contemplazione o meglio la compartecipazione (per nulla scontata) con l'oggetto, ritrovare la propria immagine e "la coscienza di sé".

Ne consegue che la strada, il treno, l'albero, interni di case o finestre, tramutati in oggetti poetici perdono in sé nitidezza, risultando più annebbiati o sbiaditi, a favore di una focalizzazione del soggetto che li invade e che così facendo rivela e conosce se stesso.

Da una citazione di Hopper, forse la sintesi estrema di queste mie riflessioni: "Non dipingo quello che vedo, ma quello che provo". E conosco me stesso.

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