di Enzo Barone
Da qualche tempo, come sanno gli appassionati di calcio, le decisioni arbitrali sono sottoposte al vaglio del Var (Video Assistant Referee), una revisione di alcune azioni di gioco – lo dico per i profani – che, in ausilio dell’arbitro in campo, permette ad alcuni arbitri seduti davanti a dei monitor dentro ad una stanzetta di rivedere e valutare meglio episodi che potrebbero determinare sanzioni arbitrali di vario genere.
L’altra sera vedevo una partita: c’era il dubbio di un possibile penalty contro una determinata squadra. L’arbitro in campo aveva deciso di non concederlo, ma era stato richiamato via auricolare dagli arbitri del VAR e poi invitato a rivedere l’azione al monitor a bordo campo. Il direttore di gara ha deciso valutando soprattutto i fotogrammi distinti che riproducevano frame dopo frame la sequenza dell’azione. Ce n’era uno dove sembrava in effetti che il giocatore avesse alzato deliberatamente il braccio infausto e deviato il pallone dal suo corso. Anche se allo stesso arbitro e a molti di noi osservatori la colpevolezza del gesto non era parsa né durante il gioco ce nemmeno nel corso del replay dinamico. Il fotogramma immobilizzato, isolato dal suo divenire naturale condannava l’arbitro all’obiettività fredda del giudizio di colpevolezza. Quella era, doveva essere la verità dei fatti.Se
vogliamo filosofeggiarci sopra la verità non è una sequenza asettica di istanti
isolati, di frammenti analizzati a posteriori. Anzi: questa è l’esatta
negazione della realtà delle cose e degli eventi.
Restituire
al disordine imprevedibile del divenire la sua significanza, direi la sua sacralità,
è il compito della ricerca della conoscenza. Non credo che in un frammento
isolato di un avvenimento, di un comportamento si legga meglio, con meno
ambiguità e più nitidezza il senso delle nostre azioni. Il nostro razionalissimo
Occidente ha basato su questa idea gran parte della sua prassi operativa.
Il
tempo è la vera, fondamentale sostanza della quale ogni cosa è plasmata, il
principio dal quale ogni fenomeno si articola. Il divenire l’unica prospettiva
a cui guardare, l’unico contraddittorio e illuminante codice da decifrare, l’intuizione
della coscienza che lo immagina e lo rielabora l’unica luce che ci indirizzi.
C’è
infatti una verità (o meglio un suo barlume) che sfugge ad ogni analisi razionale
dei fatti osservati nella loro immobilità. Il tempo non è mai andamento lineare
e sequenziale. Il dopo anticipa il prima, il prima ha già in sé il dopo e l’oggi
non è mai. Il senso di ciò che è – quello giustificabile dalla nostra confusissima
prospettiva – muta in continuazione come i riflessi dell’acqua di un quadro di
Monet. Spesso –probabilmente sempre – la determinazione degli esseri umani sul
loro agire muta e diviene secondo leggi imperscrutabili, pertinenti unicamente alla
dinamica della loro coscienza.
Ma
la coscienza individuale, come quella collettiva, sono conoscibili (benché
precariamente nell’analisi a posteriori che prende origine dalla narrazione a
posteriori che articola i primordi delle intenzioni, dei propositi o delle
variabili fenomeniche della natura.
In
definitiva quel giocatore - militante in una squadra a me antipatica, lo
chiarisco – andava giudicato – come tutti noi - nel suo agire dinamico, nell’intuizione
di chi osserva e medita sui fenomeni piuttosto che con l’occhio di un lugubre
autoptico.

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