"Noi, un po' meglio", il film di Daniele Luchetti presentato alla festa del cinema di Roma, è la storia di due persone comuni - Simone e Lucia, il pompiere e l'infermiera, interpretati da Elio Germano e Maria Chiara Giannetta - che qualcuno avrà chiamato "eroi" del quotidiano.
All'inizio un po' sgangherata, come una macchina ribaltata su strada dopo un incidente, come un viso capovolto e chino sull'altro, che guarda l'altro mentre questo vede il "mondo al contrario". Poco dopo, nell'intimo della casa di lei, disordine e caos traducono in immagini l'impeto della passione improvvisa. Destinata, tuttavia, a durare nel tempo ("quattro anni dopo..."). Diventa amore, condivisione, e voglia di un figlio. Da adottare, poiché lei, Lucia, non può darne alla luce uno suo; sa di non potere.
È amore che si esprime da subito in modi diversi e con svariati linguaggi. Quello del corpo, innanzitutto. Ma anche quello delle parole. Sempre presenti anche se taciute. O accennate, decriptate, contraddette. Tanto nei dialoghi divertenti, e nelle battute di spirito in romanesco verace, quanto nei colloqui con le psicologhe della ASL e nelle discussioni in famiglia. O in certe riflessioni amare che tremano in gola come singhiozzi, talvolta.
Soprattutto, c'è il linguaggio ineffabile, intraducibile del sentimento e della natura - la natura umana -, che qui confligge con quello tecnico burocratico delle pratiche per l'adozione, dei test di valutazione, dei questionari: "Perché vuoi un figlio?", interrogativo chiave e perno su cui si regge e ruota l'intera narrazione.Perché? - si domanda e ci si domanda. Per ricalcare un modello "ereditato" di felicità e di realizzazione? O per riscrivere la propria storia personale, riscattandola? Per crescere e completarsi come coppia o per non negare all'altro un desiderio legittimo. Nessuna di queste, in realtà, è la risposta. Quella vera, autentica. Né ha senso cercarne.
Le ferite di un antico abbandono come la paura del conflitto o l'incapacità di aprirsi, manifestandosi. L'anticonformismo apparente, da un lato, e il legame con la tradizione, dall'altro. Non sono altro che semi di famiglie di piante diverse che, incontrandosi, semplicemente germogliano insieme, perché così si vuole e deve essere. Nessuna strana alchimia, nessuna "kombucha" - l'insolita bevanda a base di tè nero fermentato, elemento comico - non superficiale - e significativo al tempo stesso. Un'unica verità, elementare e bellissima: voler "fare qualcosa" insieme alla persona amata. Superando ostacoli e limiti imposti dalla società o dalla biologia. Perché scegliere ed essere scelti, alla fine, è una cosa sola.
Commovente. Da non perdere.

È un film splendido, della migliore tradizione italiana. La recensione restituisce con fedeltà il valore di una sceneggiatura e di un intreccio notevoli. Una speranza lieve e delicata in un mondo greve e complicato.
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