lunedì 12 ottobre 2026

The Echo Chamber

                                    


di Francesca Saieva

Cos'è realmente un'echo chamber? Di certo, se lo è chiesto anche Bernando Bertolucci, quando, nel 2018, decide di scrivere, con la collaborazione di Ilaria Bernardini e di Ludovica Rampoldi, la sua ultima sceneggiatura. Progetto rimasto incompiuto (a causa della malattia e della morte del regista) fino al 2026.

Proprio così!  Ogni cosa prende e trova forma nel tempo. E The echo chamber diretto da Andrea Pallaoro, da poco più di un mese, restituisce forma nelle sale cinematografiche (partecipando alla 83^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia). Ottimo il cast, con Luca Marinelli (Leo produttore musicale che convive con un dolore 'fisico'), Alicia Vikander, (Anne, infermiera a domicilio, con la quale Leo vive una storia d'amore intensa) e Susan Sarandon (Ava, cantautrice affermata, confidente nonché ‘alter ego’ di Leo. Ava e Leo collaborano a un progetto musicale sopeso e ripreso).

Una trama apparentemente semplice, senza dispersione di spazio e di tempo. Una casa (nei particolari e non solo, bellissima), un uomo e una donna (la loro solitudine), un'altra donna (l'affinità elettiva) e una finestra (la distanza).

Un dove, un unico spazio per tempi sovrapposti nel dare voce al dolore (fisico e mentale), somatizzato, che fa parlare il corpo, pronto all'autodistruzione e anestetizzato, dopo aver fatto guerra a se stesso. "Il soggetto di prestazione s'infligge violenza da solo. Sì sfrutta volontariamente fino a crollare" (Byung-Chul Han, La società senza dolore). Sì, perché The echo chamber è un film ‘patico’, costitutivamente 'filosofico' nell'attraversare il dolore. Una casa affollata nel suo essere vuota, una distanza incolmabile seppure 'giusta'. Un susseguirsi alternato di porte e personaggi (si aprono e si chiudono, entrano ed escono). Oltre la soglia, la memoria, il riscatto del desiderio, i dettagli accarezzati, la dipendenza (non solo quella tossica), la solitudine consapevole, l'eco della voce. Così, basta varcare la soglia perché i personaggi si abbandonino all'unico incontro possibile, l'incontro della e nella distanza. Più di un dramma sentimentale, più di un attuale spaccato di vita, il film incarna ed esplicita i temi  del dramma esistenziale, ne possiede la struttura, ancorata, a tratti, all'incomunicabilità e protesa oltre la metafora (i porcospini di matrice schopenhaueriana). In un certo senso, i personaggi si risolvono nel loro perdersi, nel lasciarsi sopraffare dal dolore e dal senso di colpa, quello più grande, essere causa del dolore dell'altro. L'Io-Tu si fa costante per tutta la durata del film (e oltre). The echo chamber non ci parla delle dipendenze comunemente intese (certo sono presenti anche queste: alcool, droga), piuttosto un film sulla Dipendenza dall'altro da Sé, dove Individualità e Alterità abitano la stessa casa, la stessa stanza, seguono il ritmo e la scansione del tempo (a tratti in sordina), assemblano i frame di una o più vite sospese dall'ineffabile (dall'incipit al finale del film), cantano Call my name (uno dei brani interpretati da Susan Sarandon e anche dalla Vikander). E tutto si amplifica, come soltanto può avvenire in un'echo chamber, la stanza che ricompone le parti nella lacerazione dell'intero, nell'affidamento reciproco dell'Io-Tu, una stanza da ‘maneggiare’ con cura, perché lì dentro ci sono vite che non sono la mia.

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