di Francesca Saieva
Cos'è realmente un'echo chamber? Di certo, se lo è chiesto anche Bernando Bertolucci, quando, nel 2018, decide di scrivere, con la collaborazione di Ilaria Bernardini e di Ludovica Rampoldi, la sua ultima sceneggiatura. Progetto rimasto incompiuto (a causa della malattia e della morte del regista) fino al 2026.
Proprio così! Ogni cosa prende e trova forma nel tempo. E The echo chamber diretto da Andrea Pallaoro, da poco più di un mese, restituisce forma nelle sale cinematografiche (partecipando alla 83^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia). Ottimo il cast, con Luca Marinelli (Leo produttore musicale che convive con un dolore 'fisico'), Alicia Vikander, (Anne, infermiera a domicilio, con la quale Leo vive una storia d'amore intensa) e Susan Sarandon (Ava, cantautrice affermata, confidente nonché ‘alter ego’ di Leo. Ava e Leo collaborano a un progetto musicale sopeso e ripreso).
Una trama
apparentemente semplice, senza dispersione di spazio e di tempo. Una casa (nei
particolari e non solo, bellissima), un uomo e una donna (la loro solitudine),
un'altra donna (l'affinità elettiva) e una finestra (la distanza).
Un dove, un unico
spazio per tempi sovrapposti nel dare voce al dolore (fisico e mentale),
somatizzato, che fa parlare il corpo, pronto all'autodistruzione e
anestetizzato, dopo aver fatto guerra a se stesso. "Il soggetto di
prestazione s'infligge violenza da solo. Sì sfrutta volontariamente fino a
crollare" (Byung-Chul Han, La società senza dolore). Sì, perché The
echo chamber è un film ‘patico’, costitutivamente 'filosofico'
nell'attraversare il dolore. Una casa affollata nel suo essere vuota, una
distanza incolmabile seppure 'giusta'. Un susseguirsi alternato di porte e
personaggi (si aprono e si chiudono, entrano ed escono). Oltre la soglia, la
memoria, il riscatto del desiderio, i dettagli accarezzati, la dipendenza (non
solo quella tossica), la solitudine consapevole, l'eco della voce. Così, basta
varcare la soglia perché i personaggi si abbandonino all'unico incontro
possibile, l'incontro della e nella distanza. Più di un dramma sentimentale,
più di un attuale spaccato di vita, il film incarna ed esplicita i temi
del dramma esistenziale, ne possiede la struttura, ancorata, a tratti,
all'incomunicabilità e protesa oltre la metafora (i porcospini di matrice
schopenhaueriana). In un certo senso, i personaggi si risolvono nel loro
perdersi, nel lasciarsi sopraffare dal dolore e dal senso di colpa, quello più
grande, essere causa del dolore dell'altro. L'Io-Tu si fa costante per tutta la
durata del film (e oltre). The echo chamber non ci parla delle
dipendenze comunemente intese (certo sono presenti anche queste: alcool,
droga), piuttosto un film sulla Dipendenza dall'altro da Sé, dove Individualità
e Alterità abitano la stessa casa, la stessa stanza, seguono il ritmo e la
scansione del tempo (a tratti in sordina), assemblano i frame di una o
più vite sospese dall'ineffabile (dall'incipit al finale del film), cantano Call
my name (uno dei brani interpretati da Susan Sarandon e anche dalla
Vikander). E tutto si amplifica, come soltanto può avvenire in un'echo
chamber, la stanza che ricompone le parti nella lacerazione dell'intero,
nell'affidamento reciproco dell'Io-Tu, una stanza da ‘maneggiare’ con cura,
perché lì dentro ci sono vite che non sono la mia.
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