martedì 24 novembre 2020

Moralia 9. La conoscenza aprioristica

 

di Enzo Barone 

Al mio figlio maggiore non piacciono le verdure bollite e nemmeno la pasta coi funghi o la zuppa di cipolle e tante altre pietanze. Non è che le abbia provate e le abbia trovate disgustose. No, come tanti ragazzi si rifiuta per principio di assaggiarle. Mio figlio minore mangia o ha mangiato le verdure, la pasta coi funghi, la zuppa. Ha assaggiato queste e tante altre cose che piacciono a noi adulti e le ha giudicate appetitose, insipide o immangiabili, a seconda dei casi. Davanti alla richiesta reiterata almeno di provare questi cibi e valutare successivamente se valga la pena o meno di mangiarli il figlio maggiore oppone un rifiuto perentorio: so già che gusto hanno, so quindi che non mi piaceranno. 

O meglio, rigirando la questione, io ho i miei cibi preferiti, le mie certezze gustative da cui traggo soddisfazione e compiacimento; sono contento così, perché dovrei rischiare un’esperienza sensoriale deludente e rovinarmi il pranzo con qualcosa che potrebbe non piacermi?

Non saprei trovare esempio migliore di quello offertomi dal figlio più grande per capire e valutare da un punto di vista originale cos’è la conoscenza aprioristica. E per contrasto cos’è quella empirica. Benchè infatti possa sembrare impropria se paragonata alla scelta di quanti nei secoli, teologi, filosofi, scienziati, sapienti, artisti e persino cuochi o allenatori di calcio, hanno per principio rifiutato di accettare un’ipotesi, un’idea nuova per non mettere in discussione una verità, una posizione o uno stato di equilibrio, la metafora gastronomica mi pare molto utile. La risposta con cui valido la mia scelta è chiara: io So, a prescindere dalla mia esperienza sensoriale, che ciò che mi propongono di mangiare non è di mio gusto, non è buono a sufficienza, secondo il mio giudizio, è chiaro, ma nel campo delle pure esperienze sensistiche la soggettività è l’assoluto. Io conosco cioè senza conoscere; o meglio io conosco in modo altro rispetto a quello che tutti gli empiristi o i buongustai ci propinano: conosco aprioristicamente, con l’intuito, forse un po’ con l’olfatto e la vista, con la sensibilità, in base al bagaglio delle mie esperienze precedenti. Oppure semplicemente So; in che modo non è cosa che ti riguardi: tanto ti basti.

Sarebbe semplicistico e banalmente conformista far passare adesso per migliore, più sensata la scelta che fa invece mio figlio minore, cioè quella di provare, di fare esperienza coi sensi (e anche con l’intelletto, giacché non esiste esperienza sensibile che non sia immediatamente pensiero) per conoscere alimenti e preparazioni che potrebbero arricchire il suo vissuto gustativo, aggiungere colore e novità al complesso dei suoi ricordi sensoriali. Ma è corretto relazionare, confrontare due cose così inconciliabili come la conoscenza empirica e quella aprioristica non sensibile? Se poi è per altri versi vero, come insegna Hegel, che ogni principio genera automaticamente da sé la sua contraddizione, appare perfettamente inutile chiedersi il senso di una posizione ponendosi dalla prospettiva dell’altra. L’una si genera contemporaneamente dall’altra e con l’altra.

A poco serve sbattere in faccia agli aprioristi di ogni risma l’esiguità attuale della loro compagine (non troppo esigua comunque) e travolgerli con la piena tumultuosa dell’evoluzione che ha avuto il pensiero scientifico, almeno dal Seicento ad oggi, con le smisurate conquiste delle società positivistiche, con il ridicolo e le tenebre a cui sono stati condannati oscurantisti, fideisti, ostinati, creazionisti e difficili di gusto dal trionfo della civiltà basata sull’empiria.

La conoscenza aprioristica è perfetta, bellissima nella sua purezza, nella sua ostinazione, nella sua intangibilità monolitica. Ogni fede, ogni misticismo contempla una quota ineliminabile e necessaria di apriorismo. L’assoluto stesso è per sua stessa definizione concetto aprioristico. In fondo il non volersi sporcare il gusto con un cibo potenzialmente nauseante, il non far perdere la loro sublime unicità a quei pochi sapori apprezzabili ha un suo potente fascino. Io che ho la conoscenza aprioristica per di più, come si diceva, e non credo nell’esperienza come fonte di conoscenza, come potrei pertanto piegarmi ad un sistema di valori basato su di essa? Perché dovrei turbare il mio assoluto sensoriale e valoriale con la volgarità, lo scempio del relativo che l’accettazione stessa della prova esperienziale comporta?

Questa è la strada degli asceti e dei santi, ma anche di qualche fondamentalista islamico.  

Ma non scambiamo però l’idea della conoscenza aprioristica con l’ignoranza e l’intolleranza tout court. Le società scientiste moderne lo fanno troppo spesso e con una foga iconoclasta a volte inopportuna. La scienza ha le sue regole, lo spirito altre.

E, capovolgendo il discorso, l’empirista, chi prova per conoscere, invece di quale profonda soddisfazione spirituale gode intimamente, oltre a quella puramente funzionale e all’approvazione di quasi tutto il pensiero corrente? Forse semplicemente l’aver scelto di scegliere e quindi in ultimo grado l’essersi assicurato in futuro il diritto di giudicare il mondo sensibile?

E’ l’apriorista intransigente - avvertendo una stretta al cuore - a percepire il vantaggio potenziale di cui l’empirista gode a sua insaputa: se io assaggiassi quella pietanza, quel cibo tante volte rifiutato e, una volta provato, esso dovesse piacermi da matti, come dovrei considerare un fenomeno così nuovo se non un clamoroso fallimento del mio sistema di pensiero, della mia filosofia di vita? Sono pertanto condannato a rinchiudermi nel mio assolutismo refrattario e intransigente da questo timore.

Non potrei quindi più recitare per l’eternità la parte dell’apriorista i cui principi scintillano una purezza inviolabile, ma rassegnarmi il venerdì sera alla minestra di cipolle per il resto della mia vita, come tutti gli altri.


1 commento:

Questo blog consente a chiunque di lasciare commenti. Si invitano però gli autori a lasciare commenti firmati.
Grazie