martedì 3 luglio 2018

Alfonsina


di Elena Squarci 

Entrando nella sua bottega si poteva facilmente intuire quanto fosse stata attiva alla cassa durante la giornata per la quantità di particelle di borotalco disperse nell'aria. Nella fresca penombra di quel negozio e a quella cassa lei ci passava le ore, infilata tra il muro e la porta con la tenda a striscioline di plastica, dietro al bancone, incastrata in una grossa sedia con piccoli braccioli che sparivano dentro gli enormi fianchi. E tutto era avvolto in un suggestivo profumo di spezie, mortadella e sapone di Marsiglia.

Per molti sull'isola, come quasi sempre accade in luoghi piccoli dove tutti si conoscono per nome, era solo Alfonsina e non la signora tal dei tali, anche se era sposata e un cognome da nubile presumo lo avesse come tutti. Ma in effetti credo di non averlo mai saputo. Per il resto, nonostante siano passati molti anni da allora, ne ho ancora un vivido ricordo. C'era un viso dalle linee delicate da cui si poteva intuire quanto fosse stata bella da giovane; il corpo invece era prigioniero di un enorme involucro, quasi fosse un secondo contenitore e di dimensioni davvero notevoli.
Alfonsina era indubbiamente grossa e si faceva fatica a immaginarla diversa da così. Sull'isola tutti ripetevano come un mantra: "Se Alfonsina non perde tanticchia di pisu prima o poi ci lascia i pinni". Non lo perse mai quel "tanticchia", anzi peggiorò negli anni, fino a non avere più una vita normale.
Ed è così che è nata la leggenda e cioè che lei dormisse lì, dietro alla cassa, incastrata tra il muro e la porta, in quella sedia e che il borotalco servisse per evitargli pericolosi attriti.
Ma non era vero Alfonsina a casa ci andava.
Mio fratello ed io capitavamo spesso nel suo negozio, quasi sempre a metà pomeriggio, a volte per consegnare la lista della spesa, a volte per comprare due ghiaccioli o qualche bibita fresca, e non sempre la trovavi al suo posto.
Alfonsina ci voleva bene. Ci chiamava "i suoi due carusi", perché in un certo senso ci aveva visto crescere, cambiare anno dopo anno; lei che non aveva avuto figli, ci misurava con gli occhi, protettiva, quasi fosse una parente, sempre piena di attenzioni e parole gentili. Aveva anche qualche difetto: come quel brutto vizio di arrotondare per eccesso sul totale al momento di pagare; o quell'insopportabile abitudine di fare a mano il conto invece di usare la calcolatrice, costringendo anche noi in lunghe liste di numeri da sommare, in piedi ad alta voce come a scuola, in una interrogazione alla lavagna. E sembrava che la cosa la divertisse molto. Erano attimi terribili, imbarazzanti, con quegli interminabili riporti che alla fine ci confondevano. Ma non lei, che prontamente ne approfittava tirando la linea su un improbabile totale a noi sempre benvenuto perché poneva fine a quella tortura.
Alfonsina era una donna di spirito, intelligente, sensibile. E leggeva molto. Aveva sempre mucchietti di libri sul bancone della cassa e da quel che ricordo erano buone letture.
Prima di sposarsi e trasferirsi sull'isola era stata una maestra e sicuramente anche una buona insegnante. Ma Alfonsina era soprattutto una buona osservatrice. Sembrava che da dietro quella sua cattedra non le sfuggisse nulla; di tutti sapeva vita, morte, peccati e opere di bene; coloro che entravano e uscivano dal suo emporio erano, come si direbbe oggi, scannerizzati e memorizzati in ogni particolare. Alfonsina, e sono sicura di questo, ne faceva un punto di orgoglio e di forza, ma soprattutto un passatempo. In fondo non aveva altro da fare se non studiare il suo prossimo che le sfilava davanti.
Un'estate tornati come sempre sull'isola, fu lei la prima fra tutti ad accorgersi che qualcosa in me era cambiato: "Elenuzza ma che ti sei fatta donna? Calogero vene a acca', vieni a vedere la nostra Elena quanto si fici granni!". Per fortuna Calogero in quel momento non era nel retrobottega e io non dovetti sprofondare per la vergogna. "Nun sicchiù tutta occhi e gammi e ti sono spuntate pure le tettine! Come dite voi a Roma?" Mio fratello, pronto come sempre in questi casi: "noi diciamo zizze o anche sisse!" Figuriamoci se non si lasciava scappare l'occasione di stare zitto! Dopo, usciti dal negozio – superato l'imbarazzo e picchiato mio fratello – mi resi conto che mi sentivo piacevolmente soddisfatta che qualcuno si fosse accorto delle mie due timide pustole sotto il copricostume. Avrei preferito che fosse stato Salvo, il figlio del pizzaiolo, bello come il sole, ma mi accontentai, rassegnata di esordire in quel campo più avanti.
Qualche anno dopo quell'episodio, Alfonsina ci lasciò. Morì, e purtroppo scelse di farlo nel periodo peggiore, in pieno agosto, con un caldo feroce, implacabile e l'urgente problema di doverla trasferire nel suo paese natale, in Sicilia, così come aveva lasciato scritto nelle sue ultime volontà.
In una delle estati più torride di quei primi anni '80, non c'era tempo da perdere perché il corpo – che già per le grosse dimensioni esigeva una bara di zinco, speciale e fatta su misura – continuava a gonfiarsi, a gonfiarsi, in modo inquietante! Le ore passavano inesorabili e nonostante i notevoli sforzi nel mantenere i resti mortali della povera defunta in una zona fresca dell'isola, dietro l'altare di San Bartolomeo, il pericolo di dover rifare tutto – cioè una bara di zinco ancora più grossa – era più che una lontana ipotesi. Per fortuna, l'anelato contenitore arrivò, prima dell'imminente catastrofe da tutti tanto paventata, e ripostovi l'ormai esagerato contenuto – ma non prima di una veloce, anzi velocissima cerimonia e un corteo funebre che sfiorò i 60 chilometri orari – il feretro giunse finalmente al molo e all'aliscafo. E dopo aver oscillato dentro quella bara, pericolosamente per alcuni secondi, appesa all'argano, davanti agli occhi terrorizzati di tutti i presenti che erano lì per lei, per quell'ultimo saluto, Alfonsina lasciò per sempre l'isola e tutti coloro che in un modo o nell'altro erano stati parte della sua vita, che l'avevano amata, o semplicemente apprezzata. E.S.

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